Giovani e violenza andare oltre i raid

Lettura 2 min.

Le vetrine sfondate, le bombe carta, i negozi saccheggiati, la «caccia allo sbirro» con le pietre contro i poliziotti. Milano e Torino ci hanno restituito immagini indegne di un Paese civile. Violenza squadrista, senza attenuanti. Chi devasta una città, chi aggredisce un agente, chi trasforma una protesta in una razzia non è un ribelle ma un teppista. E come tale deve risponderne. Sarebbe però troppo facile fermarsi qui. Invocare il pugno di ferro, gli arresti, chiedere più agenti, come ha fatto il sindaco Sala o una repressione più dura, come ha detto il governatore Fontana, e considerare chiusa la faccenda. È la vecchia abitudine della politica italiana: quando non sa capire un problema, chiamano le forze dell’ordine. Che fanno il loro mestiere, non quello della politica. Ci poteva scappare il morto, come al G8 di Genova. E invece la professionalità e il sacrificio hanno prevalso.

Un dato dovrebbe farci riflettere più delle dichiarazioni indignate. A Milano sono stati portati in Questura 160 ragazzi: l’80% sono minorenni. «Ci siamo trovati davanti decine di facce da bambini», ha detto un dirigente. Alcuni sono andati alle manifestazioni accompagnati dai genitori. Otto su dieci: è una fotografia che non si può archiviare con la parola «delinquenti». Che cosa spinge tanti adolescenti verso piazze in cui la protesta può degenerare? Guardiamo oltre confine. In Francia studenti e gruppi antagonisti hanno alimentato proteste e scontri mettendo il Paese a ferro e fuoco; altre inquietudini giovanili attraversano l’India, la Cina, gli Stati Uniti. Cause diverse, nessuna regia unica.

Eppure forse un filo c’è: una generazione che fatica a riconoscersi nel mondo preparato dai padri e non intravede un posto per sé. Non è il Sessantotto. Allora, nel bene e nel male, c’erano ideologie, partiti, capi, organizzazioni, persino un progetto di società. Oggi ci sono movimenti senza capo né coda, convocati da un messaggio e dissolti da quello successivo. Un mostro che prende forma sui social, si ingrossa come un leviatano, devasta, aggredisce, scompare. L’algoritmo al posto della sezione, il gesto al posto del pensiero. E, dentro la confusione, gli squadristi che aspettano solo l’occasione per spaccare tutto, sempre pronti alla loro danza violenta laddove se ne presenta l’occasione. Ma sarebbe un errore imperdonabile scambiare questi ultimi per un’intera generazione. C’è una parte buona della piazza, composta anche da chi il giorno dopo è andato a ripulirla dalle devastazioni, che chiede una scuola decente e soprattutto un domani. Hanno paura di non trovare lavoro o di perderlo, inghiottito dall’IA. Di non potersi permettere una casa, con affitti proibitivi. Di vivere in un mondo che parla di guerra come una fatalità. Di non riuscire un giorno a mantenere una famiglia da soli.

Ecco il grande conflitto che la politica continua a non voler vedere. Una generazione di padri ha avuto crescita, lavoro relativamente stabile, case accessibili, pensioni. Ai figli lascia debiti, precarietà e un ascensore sociale fermo. Non è un processo ai vecchi, ma a una società che difende con le unghie i diritti acquisiti e distribuisce ai giovani più che altro consigli sulla pazienza. Il pericolo maggiore non sono soltanto i ragazzi che tirano pietre. Sono quelli che non ne tirano, studiano, lavorano, cercano di arrangiarsi e intanto smettono di credere che domani sarà meglio di oggi. La fiducia perduta di una generazione può non tornare più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA