Gli scontri due diverse idee di sicurezza

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Il bambino ha grandi occhi azzurri, le guance di un putto di Raffaello e l’abbigliamento di un ninja. È alto un metro e trenta, porta uno zainetto e una sciarpa tirata fin sotto il naso. Non sta andando a una festa in maschera. Sta saccheggiando negozi nel centro di Milano. Ha undici anni. Un’età in cui si dovrebbe rompere al massimo un giocattolo, non una vetrina.

Davanti alle immagini, la prima domanda è inevitabile: dov’erano i suoi genitori? E gli adulti che avrebbero dovuto occuparsi di lui?

A undici anni non si è ancora in quella terra di nessuno dell’adolescenza, dove i figli a volte rischiano di diventare improvvisamente stranieri in casa propria. Si è bambini.

E un bambino ha bisogno di qualcuno che non lo perda di vista. Neppure quando lui fa di tutto per sparire.

La seconda domanda, però, ci riguarda tutti. Dove eravamo noi mentre cresceva quel piccolo ninja? Il tribunale dei social ha già emesso la sentenza. «Due ceffoni e passa tutto». «Un delinquente in miniatura». «Datelo a me, che lo sistemo». Curioso: per denunciare la violenza di un bambino, gli adulti non trovano niente di meglio che invocarne un’altra. La pedagogia dello schiaffo. Qualcuno vorrebbe perfino i gendarmi di Pinocchio, dimenticando che nella favola è il burattino a finire in prigione, mentre chi lo inganna resta libero.

Intendiamoci: le vetrine vanno rispettate, i commercianti protetti, i poliziotti difesi. Rubare non è una forma di protesta e picchiare non è un modo di farsi ascoltare.

Ma se la risposta dello Stato a un undicenne che ruba cinture di lusso consiste soltanto nell’esibire muscoli, abbiamo un problema noi. Si annunciano paracadutisti, manco fosse la battaglia d’Algeri, mezzi militari utilizzati in Afghanistan, carceri minorili più capienti, come ha minacciato il ministro Nordio (sperando che lo abbia detto solo come deterrente, per intimorire chi si appresta a scendere in piazza e spaccare tutto sabato prossimo). Manca soltanto di dichiarare guerra allo zainetto.

E intanto resta senza risposta la domanda decisiva: chi dovrebbe impedire che quel bambino diventi il delinquente che oggi tanti già vedono in lui?

Servono responsabilità familiari, certo. E regole, conseguenze, sanzioni adeguate. Ma servono soprattutto adulti capaci di esserci prima che intervenga la polizia.

Educatori nelle periferie, scuole sostenute, luoghi dove stare insieme senza dover comprare qualcosa o spaccarla. C’è chi ha proposto cinquecento educatori invece di cinquecento soldati. Non è una battuta buonista: è una diversa idea di sicurezza. Quella che comincia anni prima del primo vetro infranto.

Il bambino viene dalla Barona, è figlio di immigrati marocchini. Dettagli che qualcuno userà come una sentenza e che dovrebbero essere invece l’inizio di un ragionamento.

Nelle nostre città crescono ragazzi italiani, e altri arrivati da lontano, che guardano le stesse vetrine dei coetanei benestanti ma hanno l’impressione di vivere dietro un vetro diverso: possono vedere tutto, desiderare tutto, appartenere a niente.

La disuguaglianza non giustifica un furto. Può però aiutarci a capire perché, per alcuni, rompere quel vetro sembri l’unico modo di farsi notare.

E sullo sfondo ci sono i social, quella gigantesca scuola senza maestri dove l’esibizione conta più della coscienza e una bravata può diventare un titolo di merito.

Un mondo in cui essere guardati sembra più importante che essere amati.

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