Editoriali
Venerdì 31 Luglio 2026
Grillo, ricci
il populismo
triste, final
e solitario
Per molti anni la Liguria, e Genova in particolare, sono stati uno dei più affascinanti e contraddittori specchi di questo Paese. Terra di mare e di mulattiere, di Rolli e di abusi edilizi, di borghesia e contadini, di banche e carruggi. Una sequela affascinante di antinomie - come solo in Italia se ne trovano - che aveva tuttavia il privilegio di essere trapunta dai fili argentati di artisti straordinari.
La scuola genovese, certo. Ma non solo. A cavallo tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, la cultura profonda e un po’ edonista di una certa borghesia genovese trova improvvisamente in Paolo Villaggio il proprio istrionico giullare. Non si tratta più di cantare le bocche di rosa e i cieli in una stanza, non furoreggiano più gli esclusi e i reietti dei carruggi. Casomai, le psicosi individualiste dell’uomo-impiegato, che è poi l’uomo-oggetto, che è in fondo lo scarto degli scarti di quel benessere economico che ha appena riempito il Paese di lavatrici e televisori, svuotandolo però di identità e senso della misura. Il tutto in congiuntivo fantozziano.
Ed è alla corte di questo sublime cantastorie della nuova società urbana che maturano (lui stesso ebbe a definirli suoi sudditi) altri due soggetti di non trascurabile acume: Beppe Grillo e Antonio Ricci.
Non è un caso che i due abbiano mosso i primi passi all’unisono (in Rai) e poi sostanzialmente a braccetto (gli one man show di Grillo, a inizio anni Ottanta, con Ricci autore). Dopodiché, uno sceglie la via di Drive In e Striscia; l’altro si gongola nel suo beato esilio e imbocca pian piano la strada dell’impegno civile. Quindi, il web e la politica. A guardarla in retrospettiva, quasi mezzo secolo più tardi, si può a buon diritto parlare dei più grandi protagonisti del populismo di casa nostra. In tempi diversi, ovviamente. Attraversando stagioni complesse e contraddittorie, interpretando e riscrivendo differenti campi.
Eppure alla fine, ed è storia odierna, il loro canto del cigno arriva pressoché all’unisono.
Beppe Grillo, vestendo i più classici e tragici panni di Crono, tenta in extremis di divorare e abbattere la sua creatura, quel Movimento 5 Stelle ormai saldamente in mano a Giuseppe Conte. «Era nato per cambiare la politica – tuona l’ex mattatore tv - ma poi la politica ha cambiato il Movimento. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». Sono trascorsi tredici anni dalla campagna elettorale del 2013. Grillo allora riempiva le piazze come nessun altro, i pentastellati tritavano tutto e tutti sotto un rullo di violenze verbali e ingenuissime visioni manicheistiche del Paese. Ne uscì un risultato enorme, almeno per una forza politica non allineata ed estranea al mondo alle porte del quale premeva per entrare. Il resto (compresa l’assurdità strategica di mandare serenamente a sbattere Bersani), è storia.
In questi stessi giorni, però, dopo una lenta agonia, si spegne anche la vita di Striscia la Notizia, in assoluto la più fortunata e longeva creatura di Antonio Ricci. Mediaset ha annunciato che il programma non farà parte dei nuovi palinsesti, peraltro dopo una stagione già ampiamente deludente. “Striscia” è stata di tutto e di più. Ricci ha inventato l’infotainment, ha instillato il germe di una sfiducia cronica verso il potere dentro un popolo che non attendeva altro se non il rompete le righe dalla cieca osservanza al principio di autorità.
Chi accusa Ricci di essere stato il grimaldello del berlusconismo nel Paese, forse capisce poco di come funzioni la pancia degli italiani, dentro la quale ogni deriva è già scritta e apparecchiata, e non serve far altro che leggerne i segni, per poi cavalcarla. Il destino di “Striscia”, questo sì, è stato quello canonico che coglie chi ha la sfortuna di sopravvivere alla propria epoca: diventare la nemesi di se stesso. I montaggi fake dei politici, in casa di chi combatteva lancia in resta truffe e fake news; un autoritarismo grillesco (nel senso del marchese) proprio in bocca a chi si divertiva ad abbatterne ogni traccia; il politically correct (gestione delle veline compresa) nel tempio dell’irriverenza.
Ed eccoli, i due giganti liguri, che assistono impotenti alla chiusura dei rispettivi sipari. Sconfitti dal tempo, o forse solo dalla lenta agonia che avvolge ogni rivoluzione in Italia, comprese quelle del tubo catodico o del consenso.
I Cinque stelle, per come li aveva sognati Grillo, sono ora soppiantati dal senso di Conte per il campo largo. Che è in fondo quello stesso coacervo di progressismo che era già stato l’esperimento politico precedente all’Ulivo, incastonato tra la gioiosa macchina di Occhetto del 1994 e l’avvento di Prodi.
E Ricci? A segnarne è la fine è il successo inatteso della “Ruota della fortuna”, la più classica, rassicurante, nazionalpopolare trasmissione degli anni Novanta. Perché, in fondo, non c’è niente da fare: questi maledetti anni Novanta non riescono proprio a uscire dai radar del Paese.
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