I Mondiali, lo specchio di un’Europa ai margini

Lettura 3 min.

Alla selezione degli Oscar 2000, giunge per la prima volta a Los Angeles una busta con il timbro del Buthan. I membri dell’Academy si scambiano qualche sguardo perplesso, assistono alla proiezione del film in questione, e poi lo depennano. Lo stato himalayano (che non vanta una tradizione cinematografica particolarmente esaltante) dovrà aspettare altri 22 anni per riuscire nell’impresa di centrare la cinquina finale e godersi la notte degli Oscar dalla platea del Dolby Theatre.

Sta di fatto che la commedia in questione, “La coppa”, gironzola pigramente anche per i mercati e le sale europee. La trama è piuttosto semplice: un gruppetto di giovani iniziati a un monastero tibetano fatica a nascondere la passione per il calcio. Qualcuno fugge addirittura ogni notte per assistere alle partite del mondiale in un bar fuori dal monastero. Alla fine, anche i monaci più anziani acconsentono fatalisticamente ad acquistare una parabola satellitare degna di questo nome e godersi tutti insieme l’epica finale di Francia ‘98: Blues contro Carioca, Zidane contro Ronaldo.

La pellicola in sé è leggera, certamente non un capolavoro, ma solletica il palato di un certo pubblico occidentale. Anzi lo lusinga, nemmeno troppo tra le righe, con un adagio che compiace la vecchia Europa: siete talmente moderni e affascinanti che il vostro monopolio culturale trova nel calcio piena rappresentazione e noi, Terzo mondo, ci accontentiamo di spiare la vostra grandeur dal buco della serratura di un campionato mondiale.

A distanza di un quarto di secolo, lo scarto è impressionante.

Il mondiale che troverà domani il suo atto conclusivo (e che riserva invece oggi a Francia e Inghilterra un evento tra i più deprimenti dell’intero periplo sportivo) è diventato un evento globale pensato ad uso e consumo di altri mercati. E che, anzi, riserva all’Europa un posticino dimesso. Giù, giù, in ultima fila.

Rispetto agli eroici mondiali di fine XX secolo, lo scenario si è ribaltato. In termini televisivi, ad esempio, Messico e Giappone sovrastano gran parte degli stati europei, con medie da oltre 20 milioni di spettatori per le rispettive nazionali. L’ingresso di altre 16 squadre alla fase finale (varato quest’anno) non aggiunge soltanto spettatori distribuiti nel mondo: crea 16 nuovi mercati nei quali il Mondiale diventa un evento nazionale. Non è un caso che l’effetto sia stato rilevante soprattutto in Africa e in Asia, che hanno sostanzialmente raddoppiato le proprie nazioni partecipanti. L’audience cumulativa è esplosa, e anche il numero di sponsor interessati ai mercati nazionali.

E i social? I dati della Fifa parlano di impression raddoppiate, interazioni quasi triplicate e circa 20 miliardi di video views complessive sulle piattaforme Fifa. Il peso digitale delle singole nazioni è mutato, virando verso Messico, Marocco, Colombia (tra le nazioni presenti), ma anche su India, Indonesia e Cina. Del resto, la trasformazione globale del calcio, delle modalità con cui sa diventare evento di massa è strettamente connessa ai social. Nella galassia virtuale, vale il numero di singole teste che si è in grado di offrire al pallottoliere. Che importa la classifica del Pil o il peso politico di una nazione, se ciascun cittadino ha ormai in mano uno smartphone?

E qui la gente lo ha intuito, lo ha percepito. Sono riecheggiati in ogni bar e in ogni cantùn di ball (per dirla alla lariana) le chiacchiere di chi ridacchia della pausa per dissetarsi, della sosta di mezz’ora in finale stile Super Bowl, del countdown proiettato prima dell’avvio di match, di Trump che chiama Infantino, di Infantino trasmesso a reti unificate anche quando non è allo stadio. E via discorrendo. E poi, tali e tanti giuramenti di digiuno dal mondiale che pare quasi di essere nei giorni di Sanremo.

Forse c’è dell’altro. Non è forse che abbiamo tutti quanti compreso di essere di fronte al primo grande evento mondiale che non è pensato e realizzato a uso e consumo dell’Occidente? Non è forse che ci ronza in testa il dubbio semiserio che il canovaccio andato in scena per il mondiale si possa a stretto giro replicare per la politica estera, o magari per la gestione di qualche altra pandemia, o per tracciare le linee guida di processi economici che scavalcheranno a pié pari l’Europa?

Intendiamoci, le contraddizioni della Fifa sono evidenti, le inadeguatezze morali di chi ha propugnato e propugna questo nuovo boccascena calcistico non sono in discussione.

Ciononostante, i mondiali di Qatar e Nordamerica dicono qualcosa all’Europa. Dicono che nel mondo in cui comandano le teste da contare, non averne (o averne di meno) è un indice di debolezza. Dicono che la soglia economica per poter partecipare al gran circo mediatico della comunicazione globale si è ampiamente abbassata. Dicono che la globalizzazione (che qualche decennio fa ci pareva essere il sintomo distorto del nostro monopolio culturale) oggi è forse la moneta con la quale è in atto un colonialismo all’inverso.

Ci sarà tempo per inanellare risposte. Come al solito, però, è il calcio che spiega per bene alla gente da quale parte sta girando il vento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA