Se il nuovo oratorio in centro Lecco non avesse avuto la sfortuna di incappare nel tempo sospeso delle elezioni in città, sarebbe senza dubbio stato la notizia dell’anno. Almeno in termini di luoghi e di spazi urbani, s’intende. Invece, nel periodo compreso tra le due date della doppia inaugurazione del nuovo San Luigi (il 21 maggio per i lecchesi, il 17 giugno per i fedeli con l’arcivescovo), si è parlato di tutto e di più: del nuovo marciapiede ciclabile zona Monumento ai Caduti, del cantiere del lungolago alle Caviate, dei posti auto di via Spirola, dell’hub dei bus in via Balicco, delle auto in sosta in piazza Garibaldi, e via discorrendo. Tutte polemiche che assurgevano al loro quarto d’ora di celebrità per il semplice vezzo di uno slogan o di un comunicato stampa incrociato tra le varie coalizioni. Intendiamoci, presi singolarmente sono tutti temi sacrosanti, ai quali amministrazioni vecchie e nuove sono chiamate a dare risposte.
Ma così, allineati tutti quanti in fila sotto la lente di una campagna elettorale, apparivano poco più che funzioni. Vale a dire l’esatto opposto del senso di un luogo: andare oltre la propria peculiare funzione.
La verità è che i luoghi di comunità stanno oggi scomparendo, o sono letteralmente scomparsi dal Paese. Oratori, circoli culturali o sportivi, sedi di partito, centri sociali erano spazi dentro i quali prendevano forma pensieri e relazioni, vere e proprie botteghe di un’arte dimenticata che si chiamava partecipazione. Buona parte delle biografie degli uomini e delle donne che hanno cambiato la storia, la politica, l’economia e la società del Paese prende le mosse da uno spazio collettivo. Non si scappa.
Per carità, non si tratta di un revival nostalgico dei circoli Acli o Arci, delle bocciofile, delle sezioni di partito o dei consigli di zona. Si tratta di affermare che oggi questa gran massa di relazioni si è tragicamente spostata sul piano virtuale, quello del web o dei social. Pagando, quindi, un prezzo altissimo in termini di densità di pensiero, lentezza, attrito, sguardo, fiducia e complessità.
In un suo recente saggio dedicato ad Officina Badoni (non a caso, un altro luogo passato per giri burocratici degni di un’Odissea e oggi approdato a una forma di assoluta rilevanza urbana e sociale in città), la docente Elena Granata formula un giudizio che trovo illuminante. “La democrazia senza luoghi è più fragile”.
E, si potrebbe aggiungere, anche la politica, il volontariato. Forse, Dio non voglia, perfino la fede. In una sola parola, la comunità. «Non si tratta solo della crisi dei partiti tradizionali – prosegue Granata - spariscono laboratori di socialità politica diffusa, luoghi di educazione civica, contesti in cui le differenze si incontravano attorno a un tavolo, a una partita a carte, a un comizio improvvisato. Erano spazi imperfetti, certo, ma habitat di cittadinanza».
Spazi imperfetti. Ma habitat di cittadinanza. In fondo, è in questa dicotomia che si consuma il senso del nostro essere donne e uomini. Non solo nella città, ma della città.
Il nuovo oratorio, soverchiato da tonnellate di post e commenti a tema elettorale, è la testimonianza che un’altra socialità, un’altra idea di comunità (e di collettività) è possibile. Qualcuno dirà: servono soldi. Vero, ci mancherebbe. Ma ci sono due categorie di progetti: quelli ai quali mancano le risorse economiche e quelli ai quali manca l’anima.
Non è un caso che il nuovo oratorio nasca dall’ispirazione di tre grandi prevosti di Lecco. Monsignor Franco Cecchin è stato la guida spirituale che ha saputo attraversare gli anni di crisi economica e sociale di Lecco. Il suo carattere solare, poco avvezzo alle ritualità svuotate di senso, si è messo alla prova con una visione capace di andare oltre la crisi stessa.
Monsignor Davide Milani è stato il prevosto che ha indicato, anche grazie all’arte e alla modernità dell’immagine, una strada di connessioni istituzionali e di profonda identità cittadina, in grado di elevarsi a canone inverso della rete di visioni lecchesi.
Don Bortolo Uberti, e siamo ai giorni nostri, ha lanciato il grido di allarme di chi assiste allo svuotamento di senso di un luogo urbano, il centro città, che dovrebbe essere chiave di volta degli altri rioni e che invece rischia di veder impoverita la propria trama alla semplice addizione di mattone e posti letto.
La sintesi di queste visioni, unita ovviamente a quella di chi aveva redatto il vecchio Pgt, all’intervento della Diocesi e alla forza d’animo di tanti volontari locali, ha realizzato un luogo vivo. Un luogo che oggi è capace di interrogare il centro città e gli spazi che lo realizzano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA