A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo avvenuta il 19 luglio 1992, due mesi dopo quella di Capaci in cui furono uccisi Giovanni Falcone e la sua scorta, ricordiamo il sacrificio di Paolo Borsellino, che pagò con la vita il proprio impegno di magistrato contro la mafia e i cinque servitori dello Stato massacrati con lui: Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato che “grazie anche al sacrificio dei due magistrati il disegno eversivo, che mirava ad abbattere la nostra Repubblica, è stato sconfitto”. Essi “hanno seminato la cultura della legalità ed è grazie alla loro professionalità e al loro coraggio se la magistratura riuscì ad istruire processi “che prima non si potevano celebrare”.
“Siamo dei cadaveri che camminano” disse Borsellino in un’intervista dopo l’attentato al suo caro amico e collega Falcone. Erano passate poche settimane quando in una calda domenica d’estate Borsellino decise di andare a trovare la madre. Erano le 16,58 quando sotto la sua abitazione venne fatta esplodere una Fiat 126 rubata piena di esplosivo, che massacrò il magistrato e i cinque agenti di scorta. Si salvò solo Antonino Vullo, scampato alla tragedia perché stava parcheggiando l’auto di scorta.
L’abitazione della madre di Borsellino si trovava in una strada stretta, dove le auto erano libere di parcheggiare, circostanza che la rendeva pericolosa per l’incolumità del giudice tanto che, qualche settimana prima, Borsellino aveva richiesto alla Questura di inserire un divieto di parcheggio. La richiesta però non fu accolta. Durante il suo funerale, che si svolse in forma privata per volontà della famiglia, Antonino Caponnetto, il giudice che aveva guidato il Pool antimafia, disse: “Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”.
Ma una Repubblica forte non è una Repubblica che smette di cercare la verità. Condannati gli esecutori materiali, molti sono gli interrogativi che ancora rimangono sui mandanti (anche esterni alla mafia) della strage di Via D’Amelio. Non sappiamo perché, dopo Capaci, l’organizzazione dell’omicidio di Borsellino subì un’accelerazione improvvisa. Non sappiamo chi sottrasse l’agenda rossa che Borsellino aveva sempre con sé e per conto di chi.
Non sappiamo chi ordinò il depistaggio costruito attorno al falso pentito Vincenzo Scarantino, che mandò in carcere uomini innocenti e avvelenò per anni le indagini. Sappiamo, però, che la borsa di Borsellino fu prelevata e poi ricomparve nella vettura in fiamme, ma senza la preziosa agenda. L’agenda rossa è la scatola nera di via D’Amelio. Il simbolo di una verità che, dopo 34 anni, lo Stato non è ancora riuscito, o non ha valuto, restituire al Paese. E poi furono anche accreditate le false dichiarazioni di Scarantino, smascherato solo nel 2008 dalle dichiarazioni del vero pentito Gaspare Spatuzza. Ancora oggi su tali temi la Procura di Caltanissetta e la Commissione parlamentare antimafia, con qualche problema, stanno indagando. Ricordare Borsellino significa anche ricordare il lavoro che stava portando avanti, il valore delle istituzioni e il coraggio di chi non accetta che la paura decida al posto dei cittadini. Significa insegnare ai più giovani che la legalità è una parola che deve vedersi nelle scelte quotidiane, nel rifiuto delle scorciatoie e nel non voltarsi dall’altra parte. Quando arrivò la notizia dell’imminente attentato Borsellino, informato in ritardo, fu lasciato solo e non fu adeguatamente protetto dallo Stato, come del resto Falcone. Borsellino sapeva di dover morire. Il giovedì ebbe la certezza che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo. Chiamò nel suo ufficio il suo confessore per ricevere la comunione. E andò incontro alla morte serenamente.
Diceva Caponnetto che “la mafia teme la scuola più della giustizia”. Perciò educhiamo, raccontiamo, ricordiamo il sacrificio di coloro che sono morti per la legalità. E continuiamo a cercare la verità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA