Integrazione europea, perché serve accelerare

Lettura 2 min.

Mentre Francia, Italia, Spagna, Olanda, Lituania in una coalizione di volenterosi chiedono alla Commissione dazi per i prodotti cinesi, la ministra tedesca dell’Economia Katherina Reiche vola a Pechino. La Germania va per la sua strada. L’idea è che i cinesi hanno bisogno del mercato europeo. Senonché lo studio del Center for european reform parla di crollo delle esportazioni tedesche verso la Cina in settori strategici come elettronica, auto, macchine utensili , trasporti, medicinali. Il cuore dell’identità industriale della Germania rischia il trapianto in Cina. Nel frattempo le importazioni verso l’Europa crescono in modo esponenziale. Il Fondo monetario internazionale valuta le sovvenzioni dirette o indirette dello Stato cinese per le imprese nell’ordine di circa 800 miliardi di dollari, cioè il 4,4% del Prodotto interno lordo cinese. A questo si aggiunge la mancata rivalutazione della moneta cinese. Costi insostenibili per i prodotti europei. L’allarme lanciato da Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria è un grido di dolore. Gli occhi sono puntati a Bruxelles: «Un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici».

Può essere anche vero ma se poi il governo di Roma non fa nulla per eliminare il veto nelle decisioni del Consiglio europeo su politica estera, politica industriale, difesa e altri settori strategici, balza evidente che gli spazi lasciati vuoti dalla politica vengano poi riempiti dalla burocrazia. Il vero problema europeo è la paralisi decisionale. Meloni è più debole in Europa. È passata dagli osanna a Trump alle prese di distanza. Il progetto del grande ponte fra Roma e Washington non trova attuazione. A fine mandato il capo del governo italiano si presenta a Bruxelles con il cappello in mano per l’ennesima richiesta di deroga ai vincoli di bilancio. Il tutto quando l’Italia si candida a sostituirsi alla Grecia come il Paese a più alto debito in tutto il continente. Una produzione industriale ancora in calo e la più bassa crescita in tutta la Ue, allo 0,5%. Cosa devono pensare gli altri Stati europei quando è l’Italia il Paese che più ha goduto dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dall’Unione? Con l’attacco cinese ai settori strategici dell’eccellenza produttiva italiana, il rischio che si delinea è la deindustrializzazione. Una conseguenza logica del fatto che l’export manufatturiero cinese è raddoppiato a partire dal 2023 mentre l’export italiano sempre nel settore industriale è calato del 27%. Il fatto poi che i produttori cinesi con 60,6 miliardi di euro nel 2025 abbiano performance migliori in Italia che in altri Paesi europei simili o più grandi dimostra la vulnerabilità italiana. Il rischio politico è chiaro: questa strisciante decadenza industriale viene pagata dai tagli allo Stato sociale. Meloni, alla quale si possono imputare tanti errori di valutazione ma non quello di essere stupida, coglie il momento: «Le spese per la difesa sono spese per la libertà, ma se non aiutiamo imprese e famiglie rischiamo che domani non ci sia più nulla da difendere».

Un dilemma che attanaglia anche la politica tedesca. Al Bundestag la deputata verde Sandra Detzer mette il dito nella piaga: i sussidi cinesi ai loro prodotti e la sottovalutazione sistematica della moneta orchestrata da Pechino non possono essere pagati dai lavoratori europei. L’Italia ha un rischio di povertà al 18,3%, il più alto nella media europea, dati Eurostat alla mano. Senza l’Europa, l’Italia non riesce a far fronte al pericolo cinese. La Germania si illude di poterlo fare perché ha più margini di bilancio, cioè meno debito. A Roma, invece di inveire, farebbero bene a costruire un’Europa in grado di prendere decisioni comuni. Creare i volenterosi dell’integrazione europea, questo l’imperativo del momento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA