La notizia che arriva da Roma e da Parigi - con la Procura della Capitale pronta a ritirare la richiesta di archiviazione sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980 grazie a nuovi documenti trasmessi dal governo francese - non è soltanto un passaggio procedurale. È un reminder brutale di come la realpolitik della Guerra Fredda continui a proiettare le sue ombre sul nostro presente. Per quarantasei anni, la vicenda del DC-9 Itavia, precipitato nel Tirreno con 81 anime a bordo, è stata la quintessenza dell’enigma italiano. In realtà non è mai stata una storia esclusivamente nostra. È stata, semmai, il teatro drammatico di uno scontro geopolitico sotterraneo tra la logica dell’Alleanza Atlantica e le ambizioni personali dei singoli Stati membri. Un groviglio in cui si intrecciano due tesi fondamentali, due visioni contrapposte che per decenni hanno diviso periti, magistrati e analisti.
Da un lato, la pista interna: la tesi dell’esplosivo collocato a bordo del velivolo, sostenuta a più riprese da settori peritali e richiamata negli anni da figure politiche come Giuseppe Zamberletti. Una spiegazione che circoscriveva il dramma a un atto di terrorismo, un attentato isolato, spogliando i cieli del Tirreno da qualsiasi scenario di guerra non dichiarata. Dall’altro lato la tesi dello scontro nei cieli: il combattimento aereo che avrebbe coinvolto caccia della Nato e velivoli libici - con il celebre MiG-23 ritrovato sulla Sila a fare da spia d’allarme - culminato nella cosiddetta pista francese. Quella tracciata con decisione dal giudice Rosario Priore, evocata con forza da Francesco Cossiga e richiamata di recente da Giuliano Amato: un’operazione d’intercettazione alleata mirata a un alto gerarca libico, forse lo stesso Muammar Gheddafi, finita in tragedia per un errore fatale o per una letale turbolenza di scia.
Se oggi la Francia di Emmanuel Macron decide di rompere un silenzio che dura da quasi mezzo secolo e di spalancare gli archivi della Difesa transalpina, non lo fa per improvvisa magnanimità. Nelle dinamiche internazionali la diplomazia non regala nulla: con molta probabilità la svolta è il frutto di un incastro politico preciso, nato dall’interlocuzione diretta tra Palazzo Chigi e l’Eliseo. In un’Europa travolta da crisi sistemiche ai propri confini orientali e meridionali, la coesione tra le grandi nazioni continentali richiede di bonificare le tossine del passato. Parigi sa che il «muro di gomma» - o le mur de silence, si dice Oltralpe - non è più sostenibile dinanzi alla determinazione delle istituzioni italiane e all’impegno morale richiamato con costante fermezza dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Resta tuttavia un interrogativo: cosa troveremo davvero in quelle carte? La storia dei servizi segreti e delle cancellerie occidentali insegna la prudenza. Raramente la diplomazia consegna documenti capaci di auto incriminarsi senza filtri. Eppure, la riapertura dell’inchiesta segna una vittoria fondamentale per lo Stato di diritto. Non si tratta di alimentare retroscena complottistici o di rinfocolare vecchi anti americanismi o sentimenti anti francesi. Si tratta di comprendere che la sicurezza nazionale e le alleanze strategiche non possono essere edificate sul sacrificio della verità dovuta a 81 cittadini inermi e ai loro familiari. Il dovere della memoria non è un esercizio retorico da cerimoniale burocratico, è il presupposto stesso della credibilità delle nostre democrazie.
Se l’Occidente vuole continuare a ergersi a difensore dell’ordine morale e del diritto internazionale di fronte alle autocrazie del mondo, deve avere il coraggio di illuminare anche i propri angoli più bui. Senza sconti, e senza paura della verità.
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