C’è una notizia arrivata dal Giappone che merita forse più attenzione di quella riservata alle consuete previsioni sull’intelligenza artificiale. Mitsubishi Motors ha annunciato un accordo con Highlanders, startup nata dall’Università di Tokyo, per sviluppare robot umanoidi destinati a lavorare nei propri stabilimenti. I primi saranno impiegati nelle fabbriche del gruppo e la produzione potrebbe iniziare già nel 2027. Fin qui potrebbe sembrare un nuovo capitolo della lunga storia dell’automazione industriale. Non lo è, o almeno non soltanto. La vera novità sta nel fatto che queste macchine non sono pensate semplicemente per ripetere all’infinito un movimento programmato. Attraverso quella che viene definita «physical AI», l’intelligenza artificiale entra nel mondo fisico: osserva, raccoglie dati, apprende dall’esperienza e può progressivamente affrontare attività differenti.
È un passaggio che riguarda da vicino anche un territorio come quello bergamasco, nel quale la cultura industriale e manifatturiera non è un’astrazione ma parte della storia economica e sociale.
Per generazioni abbiamo considerato il mestiere come qualcosa che si trasmette da persona a persona. L’operaio esperto non possiede soltanto le conoscenze contenute in un manuale. Sa riconoscere un rumore anomalo, percepisce una resistenza inattesa, modifica un gesto, anticipa un problema. È quel patrimonio di esperienza che spesso chiamiamo, forse in modo riduttivo, «competenza». Ora una parte di quel sapere può diventare dato. E il dato può essere acquisito, elaborato e trasferito a una macchina.
È qui che la vicenda Mitsubishi diventa qualcosa di più di una notizia tecnologica. Se il Novecento industriale ha automatizzato soprattutto la forza e la ripetizione, l’intelligenza artificiale applicata alla robotica comincia ad avvicinarsi a un territorio che ritenevamo propriamente umano: l’esperienza.
Sarebbe però semplicistico concluderne che i robot sostituiranno inevitabilmente i lavoratori. Il Giappone, non a caso, parte da un problema opposto: la scarsità di manodopera e la difficoltà di conservare competenze costruite in decenni di lavoro. La tecnologia può allora diventare uno strumento per preservarle, liberando al tempo stesso le persone dalle attività più gravose, pericolose e ripetitive.
Ma proprio questa prospettiva apre interrogativi che, per la loro portata, investono non soltanto la tecnologia, ma anche il diritto, l’economia e l’organizzazione stessa del lavoro. A chi appartiene una competenza professionale trasformata in dati? All’impresa che organizza il lavoro, al lavoratore che l’ha maturata, o a chi costruisce l’algoritmo capace di apprenderla? E quale valore dovremo riconoscere all’esperienza umana quando essa potrà essere riprodotta potenzialmente migliaia di volte?
Non sono interrogativi sul futuro remoto. Sono questioni che stanno entrando oggi nelle fabbriche. La risposta più sbagliata sarebbe probabilmente (ancora) quella di opporre l’uomo alla macchina. Ogni grande innovazione industriale ha modificato lavori, competenze e organizzazioni sociali. Questa volta, però, la trasformazione potrebbe essere più profonda, perché non riguarda soltanto ciò che le nostre mani possono fare, ma ciò che abbiamo imparato a fare.
La sfida sarà allora governare (ancora) questa transizione senza rinunciare all’innovazione e senza dimenticare che dietro ogni sapere che una macchina riesce ad apprendere c’è stata, prima, l’esperienza di una persona. E forse proprio questa sarà una delle questioni decisive dei prossimi anni: non stabilire quanto i robot riusciranno ad assomigliare agli uomini, ma decidere quale valore vorremo continuare ad attribuire all’uomo quando i robot avranno imparato a fare molte delle cose che oggi sappiamo fare noi.
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