Le proteste dei giovani e il bisogno di futuro

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Don Emanuele, sa che alcuni studenti della sua scuola stanno pensando di occuparla?”. Quelle parole mi fanno riflettere: quando dei ragazzi pensano di occupare una scuola, prima ancora di chiederci cosa vogliano contestare, dovremmo domandarci cosa stiano cercando di dirci. Il pensiero corre alle violenze dei giorni precedenti in Francia, Milano, Torino, dove tanti studenti manifestano per le condizioni della scuola e le incertezze del loro futuro. Sono vicende diverse, che sarebbe sbagliato confondere, ma che sembrano rivolgere una domanda comune al mondo degli adulti. Una domanda che, quando fatica a trovare le parole per esprimersi, rischia di diventare un grido. E un grido, prima di essere giudicato, chiede di essere ascoltato. Questo non significa giustificare la violenza, i danneggiamenti o i furti. Sono comportamenti inaccettabili, che feriscono le persone e tradiscono le ragioni di chi vorrebbe cambiare le cose. Ma sarebbe un errore pedagogico fermarsi alla condanna o ridurre tutto a una questione di ordine pubblico. Forse questi ragazzi non stanno solo gridando contro qualcosa, ma stanno facendo un appello: «Aiutateci a credere che esista ancora un futuro da desiderare, una vita bella da immaginare e da costruire». Un appello che nasce dalla fatica di intravedere un domani possibile e di trovare dentro di sé la fiducia e la forza per perseguirlo, anche grazie all’incontro con qualcuno che sappia testimoniarle con la propria vita.

È qui che la questione diventa propriamente educativa. Una generazione cresce incontrando adulti capaci di alimentare desideri grandi e di accompagnarla nell’impegno necessario per realizzarli. Adulti che non si limitano a indicare ciò che non si deve fare, ma mostrano, con l’esempio, per cosa valga la pena impegnarsi e vivere. Davanti alle piazze di questi giorni, non si tratta né di avere paura dei giovani né di assolverli da ogni responsabilità. Si tratta di continuare a credere in loro, anche quando faticano a credere nel proprio domani, assumendoci la responsabilità della loro educazione. Educare integralmente significa riconoscere che un giovane è molto più di uno studente da istruire, di un comportamento da correggere o di un talento da valorizzare. È una persona che sta diventando grande, nella quale conoscenze, affetti, relazioni, libertà, responsabilità e ricerca di senso sono dimensioni inseparabili della stessa umanità.

La scuola può essere un luogo privilegiato di questa crescita, se crede nella propria missione educativa e non la riduce alla trasmissione di conoscenze o alla misurazione delle prestazioni. Attraverso lo studio, l’incontro con la cultura e la qualità delle relazioni, può aiutare ciascun ragazzo a riconoscere il proprio valore, a misurarsi con i propri limiti e a scoprire che il futuro non è semplicemente qualcosa che ci aspetta, ma qualcosa che siamo chiamati a costruire. Questa responsabilità, tuttavia, non può essere affidata alla sola scuola. La crescita integrale richiede un’alleanza educativa tra famiglie, scuole, comunità ecclesiali, istituzioni, associazioni sportive e realtà culturali. Non possiamo chiedere ai giovani di crescere come persone intere se noi adulti continuiamo a occuparci di loro in modo frammentato. È necessario ritrovare una responsabilità condivisa: accompagnare le nuove generazioni a diventare grandi.

È anche da questa prospettiva che guardo con speranza alle nostre strade. Dietro il desiderio di manifestare può esserci una domanda di futuro, il bisogno di sentirsi ascoltati e di poter incidere sulla realtà. Questa domanda interroga anzitutto noi adulti: che cosa stiamo consegnando alle nuove generazioni? Quali esempi e quali ragioni per guardare avanti? Una città che educa non chiede ai giovani di smettere di alzare la voce, ma li aiuta a trasformare la protesta in proposta, l’inquietudine in desiderio e la rabbia in responsabilità, costruendo le condizioni perché possano riconoscersi protagonisti del proprio futuro. Una generazione sta interrogando il mondo degli adulti, chiedendo non solo risposte, ma ragioni credibili per guardare avanti. A noi il compito di non sottrarci a questo appello.

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