Editoriali / Lecco città
Mercoledì 21 Ottobre 2026
Le violenze fantasma nella città svuotata
Altro che cronaca. Ci sarebbe voluta la penna di un Buzzati, ieri in città. Perché per ventiquattr’ore il grottesco e il fantastico (in questo caso, dei social) hanno fatto irruzione nella vita quotidiana dei lecchesi. La scena delle ore 16 (che era l’orario dell’ipotetico appuntamento fissato nelle chat e su Tik Tok) era surreale: cinquanta agenti schierati, ronde destrorse (alla spicciolata, per non infrangere con assembramenti lo stesso ordine pubblico che si proponevano di proteggere), pochi attivisti di sinistra a scuotere il capo. Mancavano solo loro, i maranza. Tutti, in piazza, attendevano un Godot in tuta acetata e borsa a tracolla. Che però stentava a mostrarsi . E poi, sempre in centro città, un lungo strascico di luci spente nei negozi, serrande abbassate, di vetrine svuotate da gioielli e occhiali da sole.
Intendiamoci, il presidio delle forze dell’ordine ha avuto un senso e ha fatto probabilmente da deterrente a situazioni ambigue, comunque a rischio di degenerare. Ma qui il discorso è un altro. Il discorso è tornare a diciotto ore prima, quando si consuma la psicosi collettiva delle fake news. La resa della massa critica all’ordine sparso dell’allarmismo. Gli screen di fantomatiche chat iniziano a vorticare febbrilmente tra gli smartphone di tutti i lecchesi. Si parla di stupri di gruppo, girano foto di coltelli, di proposte di assalto a questo o quel negozio. Come la Francia, così si legge. Neanche come Milano.
Ed è a quel punto che qualcosa si rompe.
Non nel mondo, o lontano, in qualche repubblica delle banane. Qui e ora. A Lecco, nelle nostre case, forse dentro di noi.
Gira voce che le scuole siano già state assalite, o forse che saranno occupate l’indomani. Si dice che la ragazze sono a rischio, che toccherà certamente a quel negozio pagarla cara. La chiacchiera social si sostituisce alle istituzioni. C’è chi parla a nome di sindaci, presidi o prefetti. La gran macchina della paura è avviata, non si ferma ed è molto più rapida di quella ufficiale. Tutto accade di sera, non casualmente. Nella solitudine delle distanze social, nel buio di camere irrorate dalla luce azzurra degli smartphone.
Ci voleva la penna di un Buzzati, dicevamo. Lo aveva già scritto ottant’anni fa. “Paura alla Scala” è uno dei suoi capolavori. E lì dentro si cimenta a raccontare l’elemento più insondabile di tutti: la psicosi collettiva. Che non è paura, né minaccia fisica. Al contrario, è qualcosa che si nutre della ridondanza, che cresce nel rito pagano della condivisione. Nel racconto, viene rappresentato il microcosmo della piccola borghesia milanese alle prese con i fantasmi di una rivoluzione politica che non si sa se stia accadendo o meno, o addirittura se sia già accaduta o meno. Nel buio del teatro, e poi tra i fasti del foyer, circolano voci di razzie, di violenze, di occupazioni già in atto. Tutti hanno qualcuno per il quale temere, là fuori. L’incubo diventa reale proprio perché collettivo. Non ci sono finestre, non ci sono comunicazioni possibili: il Teatro si trasforma i una scatola chiusa che, per quanto popolata, resta intangibile al tempo esterno.
No, non sono gli agenti o le ronde (magari queste ultime sì), oppure i negozi chiusi ad aver reso grottesca la giornata di ieri. In fondo, la città poteva essere presidiata, ma brulicante. Sono state quelle ore serali, durante le quali gran parte dei lecchesi ha scelto di rinunciare a un pezzo della sua normalità. Non sull’onda di Milano (il che sarebbe stato comprensibile), ma in forza di quegli screen. Che, ci si augura, verranno forse ricondotti a una o più mani. E forse, finalmente, qualcuno inizierà a pagare per aver diffuso paura al posto di informazioni.
Si badi bene, questa non è una presa per i fondelli. Qui non ci si sta ridendo sopra, né si sta svilendo l’angoscia di genitori, famiglie, negozianti, cittadini. Si tratta, evidentemente, di sentimenti profondi, di paure cristallizzate nel nostro stesso vissuto. Quelle ore serali, preda di fake news e psicosi collettive, raccontano di un sentimento spaesante, irrazionale, che forse non conoscevamo. Ci siamo scoperti vulnerabili. Improvvisamente la quotidianità è diventata precaria, il costo della normalità troppo elevato.
Nel racconto di Buzzati, l’alba finale spalanca le porte della Scala. Chiude la notte, scaccia i fantasmi, ma non liquida le paure. Cambia loro forma, le astrae dal contesto onirico della psicosi per mostrarle per ciò che sono: pezzi di noi, del nostro vissuto, della nostra società.
Se il grottesco di questa giornata lecchese riesce nell’intento di mostrarci qualcosa di noi che non conoscevamo, forse non sarà stata del tutto persa.
Buzzati, questo è certo, sorriderebbe. Ma senza cattiveria. Solo per annotare le strane e tortuose vie attraverso le quali la materia dell’incubo sa diventare poesia.
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