L’esecuzione in diretta, fallimento del sistema

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L’annuncio del Pentagono di un’esecuzione capitale da trasmettere in diretta streaming rappresenta un evento che trascende il tema della pena di morte, della sua legittimità o della sua efficacia. Come è noto, Nidal Malik Hasan sarà giustiziato da un plotone di esecuzione mentre, in ogni parte del mondo, chiunque potrà “gustare” comodamente seduto in salotto la diretta di uno “spettacolo” macabro e ignominioso.

Preliminarmente sarebbe utile rammentare che la democrazia non può trasformare ogni domanda di sicurezza in una licenza di crudeltà, come avviene negli Usa, di cui tutti ricordiamo la brutale repressione degli agenti dell’Ice. Risulta chiaro che l’esibizione pubblica del boia è destinata a cambiare la funzione della pena che, in questo contesto, non è più solo quella di sanzionare una responsabilità, ma di produrre un’emozione collettiva. Si tratta di una concezione della pena del tutto estranea alla civiltà giuridica del mondo occidentale. In verità, in uno stato di diritto il dolore non dovrebbe mai diventare strumento di propaganda benché, da decenni, i media non disdegnino l’utilizzo di questa peculiare tecnica manipolatoria che suole speculare sulla sofferenza e sul conseguente desiderio di vendetta verso chi l’ha causata. Promettere pene più dure, evocare nemici, esibire fermezza sono diventati strumenti di consenso che attestano il graduale scivolamento della democrazia verso modalità di esercizio del potere tipiche delle autocrazie.

La giustizia penale viene, così, piegata ad una logica elettoralistica che finisce per svilirne la vera funzione. Il pericolo è che l’opinione pubblica, assuefatta alla retorica dell’emergenza, finisca, prima o dopo, per non riconoscere la direzione di questa lenta deriva. Non ci sono dubbi, la rabbia di cittadini che si sentono abbandonati alimenta la richiesta di uno Stato sempre meno indulgente, perfino più spietato. Si tratta sicuramente di una rabbia che merita ascolto ma non può essere assecondata senza interrogarsi sulle conseguenze. Se la politica risponde alla paura offrendo umiliazione e morte come una forma aberrante di risarcimento collettivo, non possiamo certamente dire che questo approccio sia in grado di restituire serenità e fiducia ai consociati.

La gratificazione effimera della vendetta rappresenta solo un espediente per cavalcare la rabbia sociale facendosi interprete degli istinti più beceri. Ma sarebbe utile riflettere anche su un altro profilo. Spettacolarizzare un’esecuzione significa adottare una grammatica che già conosciamo. Tutti ricorderanno la ferocia dell’Isis nel filmare le decapitazioni dei prigionieri per terrorizzare i nemici, oppure la consuetudine dei Talebani di appendere i cadaveri degli oppositori sulle gru nelle piazze della città. Non solo. Tutti sappiamo che le mafie hanno sempre utilizzato gli omicidi dei traditori e dei collaboratori come monito indirizzato alla comunità.

Siamo d’accordo, non c’è alcuna equivalenza tra organizzazioni terroristiche, criminalità organizzata e istituzioni democratiche. Ma è indubbio che, sul piano meramente simbolico, esista un’affinità inquietante: uccidere non significa solo infliggere una punizione ma significa soprattutto “comunicare” (colpirne uno per educarne cento). Una democrazia liberale dovrebbe rifuggire da una logica così perversa. La forza della giustizia dello Stato consiste nel distinguersi dalla violenza a cui si contrappone sul presupposto che il processo, le garanzie, la proporzionalità della pena rappresentano il vero discrimine tra diritto e sopraffazione. Una società non può invocare la morte quando si sente impotente perché se il Potere scopre che la crudeltà produce consenso, la violenza dello Stato è destinata fatalmente a diventare un metodo, poi un linguaggio, infine un’abitudine. Per questa ragione occorre riconoscere che la decisione degli Usa di trasmettere in diretta l’esecuzione capitale di un uomo rappresenta non solo un tragico segno dei tempi, ma, ancor di più, rappresenta la prova inoppugnabile del fallimento di quella che si usava definire “civiltà occidentale”.

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