L’europa è ancora culla di giustizia

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n avvocato comasco, non molto tempo fa, aveva inviato a colleghi e amici una poesia scherzosa sul segno dei tempi che sta attraversando la giustizia italiana. Le strofe fanno più o meno così: “Con il mio telecomando me ne stavo garlascando, quando vidi che in tv c’erano più avvocati che nei luoghi deputati”. Dal faceto al serio, inutile negare che le cronache recenti non stiano dando un’immagine edificante di inquirenti, requirenti, togati e giudicanti. Oddio, se è per questo neppure di taluni giornalismi (ma questa è, forse, un’altra storia). Inevitabilmente questo stillicidio di informazioni e disinformazioni su fatti molto mediatizzati spinge i più a commentare, tra un caffè e un gin tonic: «Pòra Italia, cumè semm cunsciaa!».

Un atteggiamento autodisfattista peraltro ben noto a queste latitudini, dove l’erba del vicino è perennemente più verde. Eppure, a voler alzare gli occhi un po’ oltre l’orizzonte, a voler - con il telecomando - non limitarsi a “garlascare”, a non volerci fermare al primo post incontrato sui social, potremmo anche accorgerci che la giustizia italiana, in realtà, gode di ottima salute. Soprattutto se raffrontata a quella di altre realtà nel resto del mondo. Senza scomodare dittature che fanno del non rispetto dei diritti umani la loro ragion d’essere, basterebbe anche solo guardare all’America, da sempre vista come baluardo di libertà e di giustizia.

Proprio da oltre oceano arrivano due storie che, in un tempo normale e non di follia social collettiva come l’attuale, spazzerebbero via come un colpo di spugna ogni nebbia vera o presunta sulla nostra giustizia. Nostra, ed europea in generale (il “vecchio” Continente è tale anche per saggezza).

La prima, e più attuale, storia riguarda l’imminente fucilazione di Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito Statunitense condannato per la strage di Fort Hood del 2009, nella quale furono uccise 13 persone. A parte il profondo orrore che suscita la condanna a morte in generale, e a parte (si fa per dire) la modalità di esecuzione, che riporta alla mente altre immagini ed altre devastanti epoche storiche, ben lontane dal concetto di democrazia e rispetto dei diritti, abbiamo seriamente rischiato che la fucilazione dell’ex maggiore condannato fosse trasmessa in diretta. Un’esecuzione pubblica, come fossimo in Iran e non all’ombra di Capitol Hill. Proprio in queste ore il presidente Donald Trump, che solo pochi giorni fa aveva affermato di aver approvato «assolutamente» la decisione di trasmettere in diretta streaming la fucilazione, ha annullato la decisione (non l’esecuzione) in seguito alle proteste bipartisan.

La seconda storia è quella di Christa Pike, la donna che i boia del carcere di Nashville per un’ora hanno provato ad uccidere - senza riuscirci - per una condanna a morte emessa trent’anni fa. Dopo un’ora di tentativi, la condannata è stata portata in ospedale. Dove si è risvegliata alcuni giorni dopo. Per ora la pena capitale resta esecutiva. E la donna rischia di tornare davanti ai suoi boia.

Nella loro lunga storia, gli Usa hanno ucciso almeno una ventina di persone che poi si sono rivelate assolutamente estranee al reato per il quale erano state condannate alla pena capitale e oltre 200 sono quelli scagionati (più o meno fortuitamente) prima della loro esecuzione. Dati di fronte ai quali qualsiasi “garlascata” non può che impallidire.

«Noi europei abbiamo visto nell’America quello che aspiravamo ad essere» ha scritto, pochi mesi fa, l’ex giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese in un editoriale per il Corriere della Sera. Eppure, almeno sul fronte giustizia e diritti umani, dovrebbero essere gli americani a vedere nell’Europa un modello a cui ispirarsi. Nel nostro caro vecchio Continente la Bielorussia è l’unico Paese che applica ancora la pena di morte. In Russia è ancora prevista, ma di fatto sospesa da trent’anni. Mentre in tutti i 27 Paesi dell’Unione la pena di morte è abolita. Ma noi facciamo bene a pretendere di più. Facciamo bene a chiedere a noi stessi una giustizia ancora migliore. Ma nel farlo, per favore, evitiamo di cascare nell’inganno della favola dell’erba del vicino. E quando ruggiamo sulle nostre tastiere e invochiamo la morte di qualcuno, proviamo a tornare umani... e italiani.

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