Undici anni fa, nella quieta estate lecchese deflagrava improvvisamente la granata (o la grana) dei richiedenti asilo. Giungevano a decine ogni settimana - complici gli equilibri stravolti in Nordafrica e Medio Oriente – e venivano incanalati fino al Nord Italia da Lampedusa e dalla Sicilia. Chi ricorda quell’estate, ricorda pure le brandine allestite provvisoriamente dentro la palestra di Maggianico. Ricorda gli sguardi perplessi degli amministratori locali, chiamati per l’ennesima volta a gestire un problema che andava al di là delle loro forze e delle loro competenze. Ricorda forse anche quel clima di pionierismo estremo che esalava dalle soluzioni raffazzonate, dai volti imberbi di giovani volontari recuperati in extremis, dalle toppe apposte alla meglio dalle cooperative.
Era il tempo nel quale giovani ventenni subsahariani - che avevano superato deserti, aguzzini e traversate notturne del Mediterraneo per giungere in Italia – finivano, senza nemmeno rendersene conto, all’ombra del Nibbio, lungo i tornanti tortuosi che conducono ai Piani Resinelli. Quota sul livello del mare: 1.200 metri. Abitanti durante la stagione autunno-inverno: meno di una decina.
Quel sistema, con il passare degli anni, ha attraversato parecchie altre contraddizioni. Ad esempio la ghettizzazione forzata della tendopoli del Bione o del Ferrhotel, l’emergenza di dover ricorrere all’affitto di abitazioni private, i sequestri e i cortocircuiti legati alle erogazioni di fondi pubblici.
Ciononostante, la storia dell’accoglienza nel nostro Paese ha percorso un proprio cammino. E qualcosa, tutto sommato, ne è scaturito: vite e volti hanno trovato il loro posto in Italia. Forse pochi, forse meno di quanti si sarebbe potuto, forse con quel senso di precarietà di chi ha fretta di prendere appuntamento per un permesso di soggiorno semestrale che è lì per scadere. Ma è successo.
È successo, ad esempio, a Sylvester Tegang. Nato in Camerun a fine dicembre del 1998. Ha una moglie in Africa, Sylvester. E anche tre figli. Ma non ha lavoro, o soldi, o futuro. Sta di fatto che attraversa il Sahara, oltrepassa la Libia e scavalca il mare. E un giorno di fine 2023 arriva in Italia. In Sicilia. L’approccio iniziale al problema non è cambiato poi molto da undici anni fa: prenderli e distribuirli a casaccio nel Paese. Però, come detto, altre dinamiche si sono evolute. Le cose, subito dopo, sono un po’ più chiare, più ordinate. Perché questo in fondo è un Paese che ragiona per prassi, non per regole. Le norme sono più forti quando diventano abitudini, e vale anche per l’immigrazione e i centri accoglienza.
Sylvester arriva su un lago che non conosce, all’imbocco di una Valle della quale ignora il nome. Eppure, nel giro di due anni, riesce a trovare un lavoro. Diventa uno di quei pallini verdi dei centri di accoglienza. Come dire, quel nome ora ha una strada tracciata. Trova lavoro, un lavoro regolare. Lo mandano al cantiere della Monte Piazzo, tra Dervio e Colico.
Sono quegli operai invisibili, che non esistono. Quei “men at work” delle autostrade, che poi chi li ha mai visti davvero? Per tanti lecchesi, Sylvester non è altro che un avviso, sempre uguale, diramato dalla segnaletica elettronica della Super: “Chiusura direzione Sondrio dalle 21 alle 5”.
Il cantiere è ormai finito, la riapertura (quel momento, forse l’unico, nel quale il sole torna a splendere sui lavori e i politici a mostrarsi come solerti bucaneve) è prossima: manca giusto qualche impianto. Ed è durante una delle ultime sere che, improvvisamente, qualcosa si stacca dalla copertura del tunnel. Cemento, metallo. Cade tutto addosso a Sylvester. Lui muore poche ore dopo, in ospedale.
Toccherà alla magistratura stabilire la ragione reale della morte di Sylvester e, eventualmente, individuarne le responsabilità. Toccherà a pm e giudici tarare l’equilibrio della bilancia, tra i piatti delle omissioni e quello del caso. Il caso, già. Non sono un caso le morti sul lavoro. Non lo sono mai, non devono esserlo. Però è un caso che lì sotto ci fosse Sylvester, e non qualcun altro. Anzi, è un caso che Sylvester fosse finito proprio a Colico e in Valtellina. E non a Mondovì o a Lamezia o a Mestre. È un lancio di moneta così insignificante, così ridicolo se paragonato al Sahara che aveva alle spalle, oppure al mare. Se paragonato alla scelta stessa di prendere e partire. Che è enorme, nel cuore di qualunque essere umano. Starsene in quel cantiere, e precisamente sotto quel tratto di volta, era un granello di polvere nella clessidra della sua esistenza. Eppure, è il granello che ha fatto la differenza.
Perché, al mondo, esistono le ingiustizie, le omissioni, la sofferenza, la solitudine. Ma c’è anche la speranza, la normalità, il ritorno, i sogni. E poi c’è il caso, ed è terribile rifletterci. Tutto ciò che si può fare, per non abbandonarsi al pensiero di una roulette russa senza senso e senza confini, è ricordare che Sylvester non era un numero, non era una pratica, non era un bussolotto dentro l’urna che gira. Aveva un nome, una famiglia, dei figli. Forse, chi può dirlo, persino un destino. Ma certamente anche sogni, pensieri, parole, melodie interiori, echi di storie che avevano attraversato il suo cuore e il suo cammino. Come tutti noi.
Quel sistema imperfetto - quella carovana di ideali e burocrazia che tenta ogni giorno di edificare fondamenta di normalità per chi attraversa il mare - forse non parla solo il linguaggio dei numeri. Nelle sue contraddizioni, dice qualcosa anche di vite come questa. Di uomini come Sylvester.
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