Parco chiuso, non servono cattedrali nel deserto

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Durante l’estate di tredici anni fa, nel gorgo vasto dei dibattiti infuocati sui diritti civili e la penuria di investimenti lecchesi segnata dal Patto di stabilità, scomparvero improvvisamente due canestri dal parchetto Gescal di via del Roccolo. Lì per lì, quasi nessuno ci fece caso. Poi, i ragazzi che ci giocavano ogni giorno alzarono i toni, protestarono sui social, nominarono un portavoce e chiesero udienza alla giunta. In pochi giorni, la vicenda finì per scalare le gerarchie dei giornali locali, approdare nel Ctp (ormai defunto successore dei vecchi Cdz) e in Consiglio.

Si scoprì che i due canestri erano arrugginiti e pericolosi, che non c’erano soldi per ripararli e che, per ragioni di sicurezza, il Comune aveva optato per toglierli. Qualche politico locale cavalcò sapientemente il caso: «Inaccettabile togliere ai ragazzi uno dei pochi e sani divertimenti che hanno, proprio a metà estate». Alla fine, più di un mesetto dopo, si trovò uno sponsor disposto a pagare i canestri. Il campetto fu nuovamente inaugurato alla presenza di destra, sinistra, centro e pure dello sponsor. C’era chi elogiava la buona battaglia dei ragazzi delle Gescal e chi invece predicava la nascita di un virtuoso patto di corresponsabilità pubblico-privato. E tutti felici e contenti.

Ora, la vicenda aveva evidenti cortocircuiti burocratici e parecchie contraddizioni in termini di opportunità politica, ma, tutto sommato, suggerisce elementi interessanti da poter calare su vicende analoghe dell’attualità. Dice, anzitutto, che i luoghi pubblici sono tali se c’è l’interesse a viverli e non se restano cattedrali nel deserto; dice che le regole vengono rispettate più facilmente quando qualcuno ci mette la faccia e si fa garante del sano utilizzo degli spazi; dice che il compito di un’amministrazione non termina al momento dell’inaugurazione.

Tutti elementi utili a interpretare un caso piuttosto curioso di questi assolati giorni agostani, nei quali (forse è la stagione) anche un campetto pubblico può diventare terreno di scontro (e non di gioco) tra destra e sinistra. Questa settimana, infatti, la giunta comunale ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso al parco “Kennedy”, quello sul retro del Bertacchi con ingresso da via Castagnera o dall’area cani di corso Matteotti. Chiuso per due mesi, a ogni ora del giorno e della notte. Le critiche da sinistra non si sono fatte attendere. Tra le varie reprimende giunte all’indirizzo della giunta, la più tonante e formale è quella dei locali Giovani democratici. Chiudere il parco, secondo i Gd, «significa lasciare senza un campo da gioco un intero quartiere anche alle tre del pomeriggio, in pieno agosto». E ancora: «Se il problema sono gli schiamazzi serali, la risposta dovrebbe essere sugli orari: fasce di apertura regolamentate, con chiusura serale, non l’eliminazione totale dello spazio per tutta l’estate».

Una replica che però non si innesta, almeno a giudizio di chi scrive, sul corretto punto di osservazione del problema. Vale a dire non dall’esito, ma dal principio.

Il parco Kennedy è nato all’insegna di contraddizioni evidenti. Anzitutto, non rispondeva a una necessità reale del luogo con il quale avrebbe dovuto interagire. Si è trattato di un esperimento di valore, certo, ma cucito ex abrupto dentro una trama fragile, tra spazi scolastici e condomini. Secondo, l’operazione non ha avviato una collaborazione reale con gruppi locali o pezzi di società desiderosi di stabilire un patto di corresponsabilità e di cura (ad esempio, sul modello del lavatoio di Acquate o del parchetto di Chiuso, tanto per citare due esempi). Terzo, ed è forse il problema maggiore, il parco non ha ricevuto adeguata manutenzione nei mesi e negli anni successivi all’inaugurazione.

Ovviamente c’è chi sosterrà il contrario, ma l’immagine della porta del vano ripostiglio di metallo, spaccata al giorno due e rimasta così per anni, è piuttosto eloquente. E sono eloquenti le reti squarciate a più riprese, le porte di accesso lasciate aperte a lungo perché danneggiate, i libri sparsi per terra dalla casetta poco distante, e via discorrendo. Ogni luogo pubblico, per definirsi tale, deve avere un senso. Ma qual è il senso di rendere accessibile dall’esterno uno spazio scolastico (il campetto era usato anche da elementari e superiori) a qualunque ora del giorno? Qual è il valore di uno spazio al quale viene consentito di essere a più riprese danneggiato senza che nessuno se ne assuma la responsabilità?

La verità profonda di questa vicenda è che, a differenza dei due famosi canestri di Germanedo, a quel parco manca in fondo una domanda, un dialogo, un patto. Occorre trovare chi se ne occupi, qualcuno a cui serva stabilmente, e non solo come surrogato di portici o gradinate. Possono essere i genitori dei bimbi dell’asilo e delle elementari? Può essere, se non fosse che non è stato previsto nemmeno un tavolo o una panchina. Certo è che quel parco dovrà essere riaperto quando avrà davvero una funzione, e non solo per farne la bandierina di una battaglia ideologica.

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