Settembre, è tempo di migrare. Dal mare e dai monti la nostra bella gioventù approda nelle classi per ritrovare vecchi volti e per scovare le facce dei nuovi compagni. Ma questa transumanza non garantisce un tetto sicuro e sul cammino già irrompono ostacoli e incognite.
A mio parere, il primo handicap è l’inevitabile ruggine che scolari, allievi e studenti si portano come peso di tre mesi lontani dalle carte e con qualche compito delle vacanze per salvare la coscienza. Credo che anche in Nepal il calendario scolastico non sia così insensato perché, sappiamo bene, che dopo l’overdose di ozio (con i telefonini e i social reucci dell’estate) toccheranno pomeriggi e serate di affanni, di acqua alla gola, di ansie. Per tacere delle tensioni familiari che un recente studio quantifica nel 40% causate da dissidi sulla educazione dei figli.
Ma torniamo allo stretto ambito scolastico lecchese. Mancano i dirigenti, i presidi come si chiamavano una volta. Se insegnare non è più una professione ambita, figuriamoci il posto di chi deve mettere d’accordo docenti e genitori. A non dire del ruolo di burocrati nel quale sono stati confinati tra scartoffie ministeriali e leggine sfornate come il pane.
Una volta i presidi erano figure autoritarie e autorevoli, guide dell’intera comunità che era loro affidata e riconosciuti come fari e bussole di un cammino che andava ben oltre le pagelle. Permettetemi una digressione col retrovisore: al Parini spiccava il professor Luigi Colombo, letterato e manzonista non a caso chiamato a fare il sindaco di Lecco. Carisma a cascate. E Antonietta Nava, prima allo Scientifico e poi al Classico dopo aver insegnato matematica e dispensato incubi a centinaia di studenti. Toccò a lei il ruolo di assessore all’Istruzione e vicesindaco. E che dire di Antonio Cusolito, simbolo di quel Badoni che ha nutrito con i suoi diplomati lo sviluppo del sistema economico lecchese. Taccio di qualche Calvetti anche perché se mi perdessi in un ritratto familiare scopriremmo tassi di docenza in quantità industriale.
Oggi li si conosce a malapena, invece, ridotti a parafulmini, citati più nei ricorsi degli avvocati presentati dai genitori che temuti dai figli spesso a digiuno di conoscenza e di riconoscenza. Pare comunque sia un problema diffuso anche in altre province, tutte in attesa di un concorso che dovrebbe portare una nuova infornata alla guida delle scuole lombarde. Nel frattempo si naviga a vista con reggenze e supplenze, il glorioso sistema per cui un preside gestisce contemporaneamente due o tre scuole: si divide, si moltiplica, si teletrasporta idealmente da un consiglio d’istituto all’altro, costretto a trascorre più tempo a cambiar marcia che a far marciar i programmi scolastici
Capitolo docenti. Numeri alla mano: quasi duemila in Lombardia scappano verso altre regioni, mentre appena 256 ne arrivano. Un saldo che definire “in rosso” è daltonismo: più che altro un’emorragia che nessuno sembra avere in testa come tamponare. Risultato: 400 cattedre scoperte in provincia, come i nostri colleghi hanno ben documentato. Ma non c’è da allarmarsi, presto assisteremo alla giostra dei supplenti, un carosello invernale al quale non porrà rimedio neppure Babbo Natale. Sullo sfondo, immancabile, il calo demografico che rende alcuni paesi troppo piccoli per avere una scuola. L’unica via praticabile sembra essere quella di fusioni e accorpamenti, con sigle fresche di conio che uniscono due o più comuni in un unico istituto.
Tra cattedre vuote, capi irreperibili e un calendario anacronistico, la scuola lecchese si appresta a un altro anno di gestione emergenziale e ordinaria, quella che, puntuale come la vendemmia, si ripete identica ogni settembre: peccato che in questi filari il vino d’annata lasci spesso a desiderare.
Va da sé che il nostro non va inteso come un atto d’accusa, un tiro al bersaglio in periferia e al centro: ma è possibile che in questo nostro Paese intere pagine di giornale e rancidi talk show televisivi tentino di inchiodarci sulle Primarie del Pd? O sul pasticcio Ranucci-Lavitola? Nella certezza che suonerà presto la campanella su Garlasco, dimenticata nelle ferie solo perché il circo di nani e ballerine ha staccato la spina.
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