Quel como in champions a noi resta l’anima vera

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Diciamolo subito, senza ipocrisie: vedere il Como esordire in Champions League con un poker non è esattamente il modo migliore per terminare la settimana, se uno ha il cuore bluceleste. C’è chi l’ha presa con filosofia, forte della distanza siderale che oggi separa le due sponde del Lario. E poi ci sono gli altri. Quelli che davanti a Como-Lipsia hanno provato un leggero fastidio allo stomaco, seguito da nervosismo, invidia e, nei casi più gravi, improvvisi ricordi di tutte le volte in cui il Como è stato preso in giro.

Insomma, una serata pesante. Una rosicata formato Champions.

Perché inutile nascondersi dietro il politically correct del “tanto noi siamo il Lecco”: per chi ha sempre visto il Como come fumo negli occhi, quella serata europea è stata probabilmente una delle peggiori della storia bluceleste. E, con una certa puntualità quasi scientifica, arriva proprio mentre il Lecco vive uno dei suoi momenti più complicati. Non il peggiore, sia chiaro. Abbiamo una lunga e dignitosissima collezione di momenti peggiori.

Era già successo: Como promosso, Lecco retrocesso. L’ultima volta in Serie B. Ma lasciamo perdere, che abbiamo già abbastanza problemi.

La domanda, però, è un’altra: che cosa resta oggi della storica rivalità?

Suwarso ha cancellato con un colpo di spugna più di cent’anni di campanile? Ha semplicemente portato il Como così lontano da rendere ridicolo perfino parlare di derby, sfottò e confronti? Oggi mettere sullo stesso piano le due società sarebbe come organizzare una gara tra una Ferrari e il pullman sostitutivo della linea Lecco-Milano.

Eppure una piccola differenza, forse, salva ancora questa rivalità.

I comaschi si sono dimenticati del Lecco.

Ed è proprio questo il punto.

In sette anni sono passati dalla Serie D alla Champions League. Dalla provincia all’Europa, con una velocità che lascia al tifoso bluceleste soltanto il tempo di chiedersi dove abbia parcheggiato la macchina. In mezzo ci sono investimenti, campioni, grandi palcoscenici e un presidente indonesiano che evidentemente aveva fretta.

Il Lecco, invece, è rimasto qui. Orfano del derby. E realisticamente lo resterà ancora per anni. Tanti anni. Stagioni e stagioni.

Una volta ci si incontrava in campionato, oppure in Coppa, quando la differenza di categoria era meno imbarazzante: C1 contro C2, Serie B contro Serie C, promozioni e retrocessioni che prima o poi rimettevano tutti al proprio posto. Adesso no. Adesso per rivedere un Como-Lecco bisognerà probabilmente aspettare un miracolo, una riforma dei campionati o che qualcuno inventi una Champions League dei poveri.

I lecchesi, naturalmente, sperano che Swarso prima o poi si stufi, saluti tutti e torni dall’altra parte del mondo. E che il Como, magari, torni sulla terra.

Ma sarà dura.

E allora ci si consola come si può. Rosicando, certo. Però con una piccola soddisfazione: il calcio bluceleste è ancora fatto di derby, rivalità, campanile, sfottò, lacrime, arrabbiature e discussioni infinite al bar.

Il Como, invece, è entrato nel calcio patinato. Quello da copertina. Quello con i campioni internazionali, le partite contro squadre che fino a qualche anno fa si vedevano soltanto in televisione e gli avversari che arrivano da tutta Europa.

Campioni tantissimi. Comaschi? Pochini.

A Lecco abbiamo capitan Bonaiti. E guai a chi ce lo tocca.

Il Como affronta grandi club della storia del calcio europeo. Il Lecco gioca con la squadra di Gorgonzola. E la rispetta pure, perché questo è il calcio che conosciamo noi: quello dove prima della partita puoi ancora incontrare l’avversario al bar, quello dove il nome della città pesa più dello sponsor sulla maglia, quello dove un gol al 93’ può rovinarti il fine settimana per una settimana intera.

Magra consolazione? Certamente.

Faremmo cambio domani mattina.

Ma resta un piccolo orgoglio: siamo ancora dentro quel calcio in cui il localismo non è una vergogna, ma una virtù. Dove la città conta. Dove il bar sport è ancora aperto. Dove si può discutere per ore di una rimessa laterale e trasformare una partita con il Brescia in una questione di Stato.

E i comaschi?

Loro con chi discutono?

Con il Bayern? Con il Real? Con il Barcellona?

Forse, sotto sotto, un piccolo sospetto comincia a farsi strada: non è che gli manchiamo?

Se glielo chiedessimo, naturalmente, arriverebbe un “no” grande come il Resegone.

Ma sotto sotto...

Magari, tra un sorteggio di Champions e una trasferta europea, qualcuno un pensierino al vecchio derby lo fa ancora.

E se non lo fa, pazienza.

Rosichiamo noi.

Però almeno possiamo farlo nel modo antico, genuino e rigorosamente provinciale.

Al bar.

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