Editoriali / Lecco città
Lunedì 07 Settembre 2026
Quelle botte ai medici del pronto soccorso
Il pronto soccorso è ormai diventato un porto di mare. O meglio, una scialuppa di salvataggio nelle acque agitate di una sanità che alterna eccellenze a lacune vistose, prodezze a errori marchiani, rapidità achillea a lentezze letargiche. Contraddizioni che si rovesciano sui cittadini e danno l’impressione che una visita improvvisa sia come giocare al lotto: se ti capita una giornata storta rischi, di stare seduto in attesa per ore e ore e di tornartene a casa con un antinfiammatorio. Il fenomeno è diffuso lungo tutto lo Stivale e alla stessa stregua ovunque si manifestino episodi di violenza verso il personale, in crescita costante. L’ultimo sabato di agosto al Manzoni di Lecco un sedicenne esagitato ha preso a calci, pugni e sputi cinque operatori — tre infermieri, un OSS, un tecnico di radiologia. Scatta il pulsante rosso, arriva la Polizia. Il personale non sa più come ripeterlo: un tempo lì c’era il presidio fisso delle forze dell’ordine, ora non più. Non è il frutto di un colpo di calore e purtroppo neppure un caso isolato: nel Lecchese le aggressioni segnalate sono passate da 56 nel 2022 a 112 nel 2024, con il pronto soccorso sempre in prima linea. A livello nazionale, quasi 18mila nel solo 2025.
Cinque anni fa gli infermieri erano eroi con la mascherina e destinati, dalle promesse dei governanti, a remunerazioni e condizioni di lavoro degne dei sacrifici e della dedizione di un esercito di anime generose, consapevoli, nella fattispecie, che la stessa loro vita era a rischio. Le promesse sono annegate in “Marina” e oggi capita spesso di terminare un turno con la testa spaccata invece di un applauso o di un semplice grazie, il minimo sindacale.
Tra le due immagini non c’è contraddizione: è la stessa storia, letta a distanza di tempo. Il Covid ha mostrato al Paese chi tiene in piedi gli ospedali quando sembrano crollare. Poi le luci si sono spente e si è fatto buio in una professione alle corde: stipendi tra i più bassi d’Europa occidentale, turni notturni e festivi che rendono la vita familiare un esercizio quotidiano di equilibrismo, affitti che in molte città ospedaliere un salario da infermiere non copre più. E Lecco non fa eccezione.
Il conto arriva puntuale: corsi di laurea che non si riempiono, concorsi deserti, organici salvati grazie alle cooperative e ai contratti a termine. E’ un circolo vizioso: meno personale, turni più tosti per chi resta, più burnout, più abbandoni e il capitale umano va a farsi benedire. In un pronto soccorso sovraffollato e sguarnito, ogni disagio sociale o psichiatrico che non trova altre risposte nella rete dei servizi socioassistenziali non può che scaricarsi lì, su chi indossa un camice ed è costretto ad acrobazie.
Non servono proclami, ma scelte: sicurezza manifesta nei corridoi del pronto soccorso più esposti, percorsi dedicati per le crisi psichiatriche (laddove si è impennata la percentuale dei più giovani), stipendi e stabilizzazioni che tengano il personale in corsia invece di spingerlo altrove, orari compatibili con l’essere genitori. E una regola più semplice, ma non meno urgente: ricordare ai cittadini che chi lavora al triage non è un bersaglio, è l’ultima rete che regge quando il sistema ha la bava alla bocca.
Gli applausi scaldano per una sera. Non pagano l’affitto, non coprono un turno con un collega in meno, non fermano un pugno. Se vogliamo che i protagonisti del Covid restino in corsia — e che altri scelgano ancora questo mestiere — dobbiamo smettere di chiedere loro eroismo e cominciare a garantire condizioni degne. In fondo, siamo alle solite: mentre a Roma si perpetua l’assurda contrapposizione fra investimenti per il riarmo e per la sanità, che è come scegliere tra la pace e i condizionatori (Draghi dixit), io credo che la questione la si possa risolvere delegando in toto la sanità alle vituperate regioni, garantendo compensazioni tra quelle più attrezzate e prospere rispetto ad un sud sempre con l’acqua alla gola. E ai detrattori dell’autonomia sarebbe utile mostrare la mappa della sanità italiana corredata di dati, numeri e prestazioni, di liste d’attesa e di interventi per capire che forse l’Unità d’Italia passa attraverso più alte ricette, almeno un metro sopra la barella.
© RIPRODUZIONE RISERVATA