Scuola dopo la psicosi ora servono parole vere

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Nelle Città invisibili, che restano un indispensabile planisfero della complessità contemporanea, Calvino tratta anche e soprattutto delle parole. Il linguaggio è in fondo la vera filigrana che scorre in trasparenza al romanzo, ma in alcuni casi il tema emerge più apertamente che in altri. La città di Eufemia, ad esempio, incarna l’idea del caravanserraglio. E sono le storie che i viandanti si raccontano l’un l’altro a condire affari e commerci fino a rappresentarne il senso profondo. Gli stessi mercanti, nel tempo sospeso del ritorno, si riscoprono uomini e donne diversi da come erano partiti. E proprio grazie all’intreccio delle storie attraverso la loro stessa memoria. Il che è reso possibile dall’unica dimensione umana nella quale le parole trasformano la realtà: la relazione.

Il finale del racconto rappresenta addirittura una bussola per orientarsi tra le parole che ingannano e quelle che, al contrario, consentono di evolversi. “Ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie”.

Le parole che ingannano, al contrario, prosperano nel deserto delle relazioni.

Un esempio recente è stato quello della tremenda catena di Sant’Antonio che ha dato il via all’ondata di paura di martedì scorso in città. Le chat nelle quali si aizzava agli stupri di gruppo, o agli assalti ai negozi. Al mettere ferro e fuoco la città. Le chat girate su migliaia di smartphone e che hanno avuto come conseguenza la doverosa prudenza delle forze dell’ordine, l’inutile scempio di qualche ronda e la triste resa di tante famiglie nel disertare la città e le relative, quotidiane, incombenze.

Eppure, nessuno sapeva nulla di quelle chat.

Non se ne conosceva l’origine, i protagonisti, il contesto, i riceventi. Non si poteva essere certi che non fossero state create dall’Ai, tanto per dirne una. Non si era nemmeno consapevoli del fine di chi le avesse salvate e fatte circolare.

Le chat anonime hanno riversato parole su un’intera comunità locale. Annullando, tuttavia, ogni forma di identità e di responsabilità.

Ciononostante, molti lecchesi hanno scelto di crederci. Perché - ma è già stato tema di altri editoriali ed altre riflessioni - c’era e c’è qualcosa di profondamente fragile nella nostra solitudine sociale e digitale. Le istituzioni hanno forse compreso tardi che la portata della sfida non consisteva solo nel garantire (o esibire) la sicurezza, ma nel tenere unita una comunità gonfia di paura e contraddizioni.

E le cose sono andate come sappiamo.

Ma c’è una buona notizia, in tutto questo.

Tutti ricordano che a Lecco il convitato di pietra della giornata di martedì scorso è stata la scuola. Tra le classi degli istituti superiori in città, i tassi di assenza si sono attestati tra il 20% al 70%, con una media dichiarata dalle autorità di uno studente su due. Una sconfitta, senza mezzi termini.

L’indomani, però, l’esercito silenzioso di tanti docenti ha avuto l’umiltà e la pazienza di ripartire da zero. Hanno accolto la paura delle famiglie senza giudicare, come un tratto del cammino di una comunità educante. Hanno compreso che le inadeguatezze relative alla comunicazione social esistono tanto negli adulti quanto nei ragazzi, anche se in forme diverse. E forse si alimentano a vicenda. In classe, sono ripartiti dal linguaggio. Distinguendo le parole che informano, quelle che consentono di evolversi e quelle che invece ristagnano come acqua marcia (e immobile) nella palude del web. Le parole che insegnano, che aprono confronti. E quelle che invece calano come lame e militarizzano le coscienze. Hanno anche organizzato incontri con le forze dell’ordine e con esperti di fact checking.

Perché, in fondo, è sempre dalle parole che una comunità deve ripartire nei suoi momenti di crisi.

Il caravanserraglio delle storie – le storie che non ingannano e, anzi, fanno crescere – è vivo dentro le scuole lecchesi. E, tutto sommato, è già un discreto passo per allontanarsi dalla giornata surreale di martedì scorso.

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