Teatro:
i lecchesi
aspettano
risposte

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Sei mesi di Teatro Sociale aperto, da dicembre 2025 allo scorso maggio. Cosa sono stati, un azzardo o una scelta politica? Al di là della solita matassa di tecnicismi e burocrazia, forse perfino al di là delle prospettive future della Piccola Scala (tra una settimana si capirà meglio se e come si potrà riaprire entro fine ottobre) è precisamente questa la domanda che ronza tra i discorsi dei lecchesi al Cantun di ball. C’erano o non c’erano le necessarie garanzie di sicurezza per tutelare le circa seimila presenze della scorsa stagione teatrale?

L’attuale giunta (a precisa domanda) ha risposto di no. O meglio, che l’assenza di garanzie allo stato attuale non è figlia di cambiamenti intercorsi durante i sei mesi. Mauro Gattinoni e Maria Sacchi, a suo tempo, avevano invece garantito di sì. E qui sta il punto. Anzi, qui sta una distanza di scelte e di stile che i lecchesi hanno già conosciuto in campagna elettorale, e che non necessariamente deve lasciar intendere che qualcuno possa aver agito contro le regole o, peggio, contro la sicurezza degli spettatori.

Proviamo a dirla meglio. Il momento chiave è quello dello scorso aprile. L’opposizione (cioè l’attuale maggioranza di centrodestra) chiede conto all’allora assessore Maria Sacchi dell’assenza di un vero e proprio atto di chiusura del cantiere o di una licenza definitiva del Suap. L’assessore replica che a far testo sull’agibilità del Teatro sono tuttavia i due verbali della Commissione comunale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo (datati 26 novembre e 20 gennaio). In quei verbali, in buona sostanza, viene riconosciuta la divisione del Teatro tra spazi già pronti all’uso e spazi ancora da ristrutturare. E, soprattutto, viene riconosciuto il fatto che i percorsi di accesso e permanenza del pubblico siano considerati fisicamente separati da quelli ancora sotto cantiere. Quindi, agli occhi della vecchia giunta, nulla osta e si procede a riaprire. Con la fretta (ma qui entriamo un po’ nel processo alle intenzioni) di chi intende riconsegnare un simbolo civico ai lecchesi e pure al responso delle urne.

A questo punto, però, la ditta appaltatrice avanza pretese economiche, o meglio, richieste di ricalcolo di costi e lavori. Il che lascia intendere che il pressing del Comune per riaprire a novembre possa in qualche misura aver condizionato l’esito dell’iter formale e il cronoprogramma iniziale delle opere (anche, ma non solo, di quelle relative a palco, palchetti e platea).

Il crinale è molto labile, ma c’è il dovere di essere chiari. C’è margine per poter affermare che la riapertura non sia avvenuta in condizioni di sicurezza? Verbali alla mano, no. C’è margine per dire che ci sono opere non del tutto finite, anche negli spazi riservati al pubblico, e passaggi formali incompleti? Certamente sì.

Boscagli ha ribadito un elemento, condiviso di fatto con la propria giunta: “Personalmente non riaprirei mai uno spazio che, di fatto, è ancora un cantiere”. Una scelta politica. D’altro lato, non è un mistero che negli ultimi cinque anni la giunta Gattinoni abbia giocato la sua partita su terreni più scoscesi, puntando le proprie fiches su scommesse amministrative che andavano spesso al di là dell’ortodossia burocratica o talvolta dei suggerimenti dalla parte tecnica. I casi dell’ex municipio, dell’area demaniale di Rivabella, dell’hub dei bus in via Balicco, sono lì a dimostrarlo. Anche qui, scelte politiche. Sulle quali, peraltro, si è già espresso il voto dei lecchesi.

Una cosa è certa: tra pochi giorni, i tecnici incaricati di valutare i lavori per definire l’esito del contenzioso avranno tra le mani un elenco preciso. Di quello che è stato fatto, di quello che non è stato fatto, di quello che eventualmente è stato fatto in tempi ristretti e con cura necessariamente ridotta dalle contingenze. A quel punto, anche il Cantun di ball avrà la sua risposta definitiva.

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