Un mondiale atipico e fuori dalla logica

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Il Mondiale dovrebbe rappresentare il momento più alto del calcio che resta lo sport più popolare del pianeta. Una festa globale capace di abbattere confini, differenze politiche e barriere culturali. Eppure, il calcio rischia di passare in secondo piano rispetto alle polemiche che ne stanno accompagnando l’organizzazione. La vicenda dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan risulta paradigmatica. Considerato uno dei migliori direttori di gara africani e destinato a diventare il primo arbitro della Somalia a partecipare a una Coppa del Mondo, Artan è stato escluso dal torneo dopo che le autorità gli hanno negato l’ingresso negli Usa. La Fifa ha preso atto della decisione, sostenendo di non poter intervenire poiché l’ammissione sul territorio nazionale è competenza esclusiva dello Stato ospitante.

Una spiegazione formalmente corretta ma che lascia aperti interrogativi profondi. Può davvero la massima manifestazione calcistica mondiale accettare che uno dei suoi protagonisti venga escluso per ragioni estranee al campo? Se il Mondiale è patrimonio universale del calcio, la sua accessibilità non dovrebbe essere garantita a tutti coloro che ne fanno parte? Su questo punto si è espresso con durezza Zbigniew Boniek, che ha denunciato il silenzio del mondo arbitrale e delle associazioni nazionali, colpevoli di non aver preso una posizione netta a difesa di un collega. Un silenzio che pesa e che alimenta la sensazione di una comunità calcistica sempre meno disposta a difendere i propri valori fondanti.

Il caso Artan non è isolato. Restrizioni ai viaggi, problemi di visti e tensioni diplomatiche hanno accompagnato la preparazione del torneo, contribuendo a trasformare quello che dovrebbe essere un momento di unità in un terreno di scontro politico. Diversi osservatori hanno evidenziato come il rischio sia quello di vedere il calcio schiacciato da questioni che nulla hanno a che fare con il gioco. In questo contesto, l’atteggiamento di Gianni Infantino appare sempre più al centro delle critiche. Il presidente della Fifa continua a rivendicare l’impossibilità di intervenire sulle decisioni dei governi ospitanti, ma una parte crescente dell’opinione pubblica si domanda se il ruolo della Fifa non debba essere proprio quello di prevenire situazioni del genere.

Il problema non riguarda soltanto un arbitro o una singola controversia. Riguarda l’identità stessa della Coppa del Mondo. Per decenni il torneo è stato il simbolo di un linguaggio universale capace di unire popoli lontani. Oggi rischia di diventare il riflesso delle divisioni che attraversano la società globale: confini che si chiudono, sospetti reciproci, interessi politici che prevalgono sullo spirito sportivo. Il calcio continuerà a regalare emozioni, come ha sempre fatto. Ma il successo di un Mondiale non si misura soltanto dalla tecnica dei campioni, dalle tattiche degli allenatori e dal livello qualitativo delle partite. Si misura anche dalla capacità di rappresentare quei valori di inclusione e universalità che ne hanno fatto l’evento sportivo più seguito del pianeta. E su questo terreno, prima ancora che sul rettangolo di gioco, la Fifa è chiamata a dare risposte convincenti.

La sensazione è che Gianni Infantino non abbia il coraggio di farsi interprete degli umori che attraversano l’opinione pubblica. Stiamo assistendo a un Mondiale atipico, anomalo, fuori da ogni logica sportiva e non è bello vedere il massimo rappresentante federale restare silente davanti a tanto squallore. Sicuramente con il passare dei giorni e con l’arrivo delle grandi partite, questi temi saranno derubricati perché la bellezza dell’evento agonistico finirà prevedibilmente per prevalere. Ma questo non basta per cancellare l’inverecondia, l’abiezione, diciamo anche la miseria morale di questa concezione aridamente mercantile del calcio che, dopo avere mercificato le emozioni di milioni di tifosi, non esita a fare strame anche dei più elementari principi su cui si fondano i rapporti tra popoli e nazioni. La crisi dell’Occidente è tutta lì da vedere, i Mondiali di calcio costituiscono solo l’ennesima riprova di una deriva senza fine che ci vede tutti complici e non spettatori.

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