Una giunta che deve ascoltare la città

Lettura 2 min.

Avrei voluto interrompere il genere politico-amministrativo-elettorale per aprire una finestra sull’estate lecchese e le proposte in campo per sondare quel terreno ancora arido dell’evasione da collegare con il macro tema del turismo. Il parto, neppure troppo travagliato, della giunta comunale mi obbliga a un esercizio canonico, anche se in tempo di licenze medie e maturità verrebbe la tentazione di qualche pagella semplificatoria.

A parte che per me le pagelle sono solo quelle sacre di Gianni Brera che mescolava storia, letteratura, inventiva e invettiva con un lessico tutto suo fiorente di neologismi, e comunque per esprimere anche solo un giudizio non sommario meglio attendere il primo quadrimestre.

I colleghi della carta stampata e di Unica hanno già vivisezionato la formazione del nuovo esecutivo e perciò posso evitare l’elenco di deleghe e responsabili ma qualche spunto, suggerimento e osservazione me li devo pur giocare.

Una giunta equilibrata nella quale padre e madre sono i partiti del centrodestra ed è inutile rincorrere e vagheggiare esperti pescati fuori dall’acquario politico spesso rivelatisi sconnessi dai ritmi, dalle liturgie e dai registri amministrativi. Come dire, un enologo formidabile che non ha mai messo un piede in un vigneto.

In sintesi, un esecutivo che mescola competenze professionali diverse: l’esperienza con la freschezza dei trentenni cresciuti sui banchi dell’opposizione, buona conoscenza della città e del tessuto sociale, lontananza da massimalismi e ideologie e infine un mix di genere con donne capaci di arricchire il ventaglio con risorse individuali.

C’è necessità di assessori che vogliano bene a Lecco e non considerino un favore, se non un fastidio, il dialogo con i cittadini, anche quelli che non li hanno votati (che se li aggiungiamo agli astenuti, sono la gran parte): vincere le elezioni non regala la scienza infusa e l’assenza di errori nelle scelte, ma piuttosto la responsabilità di approfondire e decidere. Decidere, un verbo chiave che è stato l’ossimoro dello sconfitto Gattinoni. Lui se ne vantava a tal punto da prenotare una vittoria al primo turno per poi prendere atto che la maggioranza dei lecchesi non era in sintonia e in sincronia con i suoi cantieri.

Due righe per un mio pallino: l’ascolto del cittadino non deve trasformare gli uffici degli assessori in confessionali aperti come il pronto soccorso perché a quell’uopo sono destinati i dipendenti, altrimenti c’è il rischio delle processioni e del clientelismo spiccio. Non si pretende lo straordinario, anche se qualche guizzo ce lo aspettiamo, ma un funzionamento snello e rispettoso della cosiddetta macchina comunale. Faccio un esempio: mi ha lasciato un retrogusto amaro l’esperienza, pur frizzante del Nameless che per tre giorni ha assistito a una gestione impeccabile dell’afflusso al Bione di quasi 100mila persone. Ma mi chiedo: perché invece le migliaia che ogni giorno attraversano Lecco per motivi di lavoro, studio, cura, formazione e svago devono subire una quotidiana Via Crucis? E ancora: la nuova giunta avrà in eredità la coda delle opere del PNRR da chiudere con urgenza: lo sguardo corre al mega progetto del centro sportivo del Bione, all’hub dei bus di via Balicco (in attesa del Tar), alla dispersione, per me allucinante, delle sedi comunali e degli uffici assessorili. La congiuntura istituzionale favorevole nel senso del colore politico che contraddistingue Comune, Provincia e Regione è certamente un valore aggiunto anche se va ricordato che l’affinità non è di per se una garanzia al solo pensare alla brezza che spira spesso tra le correnti delle forze governative.

C’è poi l’emergenza silenziosa di Palazzo che in altri termini si chiama ricostruzione del sistema dirigenziale e impiegatizio, compromesso, quando non stravolto dalla foga e dal “cambio di passo” del manager Gattinoni. Se si riesce a motivare all’attività dell’amministrare quasi 300 donne e uomini al servizio della comunità, sei già a metà dell’opera. In questo caso, sui nostri ponti non sventolerà bandiera bianca.

Post scriptum: fuori tema, come capita anche agli studenti, segnalo che sabato 20 giugno il direttore di questa testata Diego Minonzio ha presentato in una libreria lecchese il suo primo romanzo “Gli inascoltati”. I lettori avranno già conosciuto stralci e primi commenti sull’opera. Per quanto mi riguarda, anche da discreto consumatore di libri, posso dire che la fatica di Diego merita di essere condivisa d’estate, d’autunno, nelle vacanze natalizie. Insomma quando vi pare perché non sono le sue, pagine stagionali ma spesso rivelatrici del segno dei tempi. Si riflette e si sorride e mi prendo la responsabilità di affermare, da appartenente alla stessa Cantina sociale che “Gli inascoltati” non è e non sarà un fiasco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA