Il figlio dei coniugi morti ad Aprica: «Innocente, non ci vede»

Il processo Ieri la quinta udienza alla presenza dell’imputato: «Io sono tranquillo». L’imputato deve rispondere alla Corte, presieduta da Carlo Camnasio, di abbandono di incapace con conseguente decesso e occultamento di cadavere

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Aprica

Si è tenuta nella mattinata di ieri la quinta udienza del processo che si sta celebrando in Corte d’Assise a carico di Antonio Monticelli, sessant’anni, originario di Verona e da tempo trapiantato ad Aprica, dove nell’appartamento di via Europa il 12 aprile di due anni fa fu trovata morta la madre novantunenne Anna Maria Squarza e in gravi condizioni il padre Giorgio, di un anno più giovane, poi deceduto una settimana dopo il ricovero nell’ospedale di Sondrio, in seguito all’amputazione di una gamba colpita da cancrena mentre ancora si trovava nell’alloggio familiare.

Il responsabile della filiale bancaria: «Mi accorgevo quando stava vicino allo schermo»

L’imputato deve rispondere alla Corte, presieduta da Carlo Camnasio, di abbandono di incapace con conseguente decesso e occultamento di cadavere. Il dibattimento di ieri, iniziato poco dopo le 9, ha visto le deposizioni di due testimoni, convocati dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Manuela Mauro, la quale ha cercato di dimostrare ai giudici come il suo assistito, all’epoca dei tragici fatti, soffrisse per problemi alla vista, per cui potrebbe non essersi reso conto del degenerare delle condizioni di salute di mamma e papà e, in ogni caso, avesse da sempre ottimi rapporti con i genitori.

Le parole

«Non ritengo di avere responsabilità nel decesso dei miei genitori con i quali ho sempre mantenuto un ottimo rapporto sia quando vivevamo insieme a Verona, sia quando ci siamo trasferiti in Valtellina in coincidenza con il periodo del Covid», ha raccontato Monticelli.

«Ma ora mi trovo a processo. E, al momento, non si può sapere cosa mi succederà. Sono tranquillo con la mia coscienza, ma potrebbe non bastare. Oggi vivo da solo nell’appartamento di Aprica e provvedo da me in tutto, comprese le faccende domestiche. Non mi faccio aiutare da nessuna colf, sono in grado di provvedere in autonomia e nessuno psicologo o psichiatra mi fa visita a casa. Reputo, del resto, di non averne necessità».

Le testimonianze

Il primo a rendere la sua testimonianza in aula, di fronte anche al pm Daniele Carli Ballola, è stato un bancario, residente a Grosio.

«Dal 2019 sino a due mesi fa - ha spiegato Paolo Pini - sono stato responsabile della filiale di Aprica della Banca Popolare di Sondrio. La famiglia, come ho spiegato ai carabinieri, era dal gennaio 1978 che aveva il conto aperto qui, prima ancora che arrivassi io. In questo conto veniva accreditata pure la pensione del padre Giorgio. Il signor Antonio aveva la delega dai genitori a operare sul conto e in istituto veniva soltanto lui, per effettuare piccoli pagamenti o, in ogni caso, operazioni di modesta entità. I genitori non ricordo di averli mai visti. Non si trattava di operazioni straordinarie. A volte avvenivano al bancomat all’ingresso e io, dalla mia postazione d’ufficio, avevo il monitor che vedeva cosa accadeva all’esterno. Mi sembra che in banca appoggiassero anche il pagamento di alcune bollette e a tutto provvedeva il signor Antonio, il quale notavo che aveva seri problemi alla vista, mi accorgevo quando operava al bancomat: si avvicinava tantissimo allo schermo, quasi fosse incollato. L’ho conosciuto di più alla morte dei genitori, per la fase della successione».

Poi è toccato a raccontare ad Angelo Nera, infermiere del reparto di Psichiatria dell’ospedale cittadino, da giugno di quest’anno in pensione. «È stato ricoverato per venti-trenta giorni - ha riferito - e non ha mai dato problemi. Ricordo che un giorno lo accompagnai, facendolo sedere su una sedia a rotelle, per ragioni di sicurezza, al reparto di Oculistica per una visita durata circa mezz’ora. Aveva seri problemi a entrambi gli occhi, per la cataratta. Mi ero reso conto, in precedenza, di questo suo grave handicap alla vista, anche perché notavo la grande fatica che faceva nel digitare i numeri al suo telefonino».

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