«Così riusciremo a combattere il tumore al cervello»

Il galbiatese Marco Riva, neurochirurgo e professore all’Humanitas guida un progetto di ricerca per una terapia innovativa

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Galbiate

Marco Riva è neurochirurgo e professore all’Humanitas di Milano. Nato e cresciuto a Galbiate, nella Brianza lecchese, coordina un progetto di ricerca che punta a portare le nanotecnologie nella cura dei tumori cerebrali, con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e i laboratori di neuroscienze dell’Humanitas. Racconta qui il legame con il territorio d’origine e il progetto che lo impegnerà nei prossimi cinque anni.

Marco, cosa ti lega ancora al tuo territorio, visto che la tua carriera si è sviluppata a Milano?

«Il mio territorio, oltre all’affetto per la famiglia, è legato all’obiettivo della nostra ricerca: non solo scoprire qualcosa, ma davvero aiutare i pazienti e portare questa tecnologia a essere pronta per entrare nella clinica. È la sua operosità — che ha ricostruito un territorio e lo porta avanti — a spingermi. Credo che l’obiettivo dei medici di oggi non sia solo curare al meglio, ma vedere i limiti che abbiamo per affrontarli e portare soluzioni future ancora più efficaci».

Puoi spiegarci di cosa vi siete occupati, e con chi, rispetto a questa nuova tecnologia?

«Ho la fortuna, per i prossimi cinque anni, di collaborare con il laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, guidato da Paolo Decuzzi, e con il laboratorio di neuroscienze del nostro centro a Rozzano, guidato dalla professoressa Matteoli, insieme a Lorena Passoni. Cerchiamo di sviluppare questa micro-mesh, elaborata a Genova: una sorta di biofilm che può incamerare farmaci e rilasciarli in modo controllato in qualsiasi cavità biologica. L’obiettivo è sfruttarla per affrontare i tumori cerebrali primitivi, malattie con un grande carico di morbidità e mortalità, vedendo se permette di incamerare farmaci che oggi non riescono a penetrare nell’encefalo con le modalità normali di somministrazione. In questi cinque anni non faremo sperimentazione clinica sull’uomo, ma vogliamo far maturare la tecnologia fino a soddisfare i requisiti di sicurezza ed efficacia richiesti per chiedere agli enti regolatori il via a una futura sperimentazione clinica. Tra cinque anni non saremo in ospedale, ma alle sue soglie».

Questa tecnologia potrà cambiare anche altri aspetti della terapia, al di là dei tumori cerebrali?

«Questa mesh non è legata di per sé al sistema nervoso: sfruttando il rilascio controllato nel tempo, potrebbe aiutare anche altri gruppi di ricerca con altre domande scientifiche. Ciò che cerca di superare sono le barriere fisiologiche del nostro organismo, in primis la barriera emato-encefalica. Nei tumori cerebrali molti farmaci non possono essere adottati non perché inefficaci, ma perché non la penetrano, o per farlo servirebbero dosi tossiche per il resto dell’organismo. Vogliamo un nuovo modo di veicolare il farmaco lì dove serve».

Qual è lo scoglio maggiore ancora da affrontare?

«Il primo è la comprensione dei meccanismi biologici sottostanti. In laboratorio vediamo sfaccettature di questa malattia con grande dettaglio, ma nella realtà clinica non riusciamo a coglierne appieno la variabilità: è una malattia poco diffusa, e abbiamo pochi dati per collegare quanto osserviamo in laboratorio con la clinica. Senza identificarla, non abbiamo bersagli precisi da colpire. Resta questa la nostra sfida principale».

Un ultimo pensiero: sei nato e cresciuto a Galbiate. Che consiglio daresti a un giovane, considerando che vivere in provincia talvolta può sembrare un ostacolo?

«Per me non lo è stato. La provincia ha dei tempi di riflessione e studio imprescindibili, favoriti da un ambito più rilassato. Il consiglio che mi sento di dare è di non porci confini: sfruttare le connessioni di oggi per informarci, confrontarci con il mondo. Il nostro confronto non può essere il nostro piccolo cerchio, ma deve essere il mondo, accettando che anche gli errori, da giovani, facciano parte del cammino».

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