Addio a Umberto Bossi: il dolore della Lega lecchese per il suo fondatore e simbolo

Militanti e dirigenti ne celebrano il ruolo nel rilancio dell’identità del Nord e nella battaglia per autonomia e federalismo, sottolineando come, oltre all’uomo, resti viva la sua eredità politica.

Lecco

Un dolore politico, umano e fisico quello dei leghisti lecchesi per Bossi, il capo che aveva del resto più di ogni altro saputo coniugare la dimensione fisica e umana alla lotta politica. Negli occhi, il primo comizio a Lecco, a Palazzo Falck nel settembre 1990, poi l’onda dei diecimila in piazza XX Settembre (era ottobre 1992), fino all’ultima comparsa locale nel 2018, in occasione delle politiche.

Uno degli storici aderenti al Carroccio, Stefano Parolari, parla di «una figura grandissima, anzi per i leghisti della prima ora, di fatto un pezzo della nostra vita e della nostra anima. Un politico particolare, a tratti non capito, che trent’anni prima ha detto ciò che stava accadendo e che sarebbe accaduto, un dono che pochi uomini hanno. Per chi come me lo ha frequentato a partire dal livello più basso, quella della guardia del corpo notturna quando girava su e giù per la Padania, posso davvero dire che è morto qualcosa che è una parte di te. Per qualcuno di noi l’11 marzo 2004 è finito qualcosa - ricorda - ma non per me, che ho avuto la possibilità (o forse dovrei dire il coraggio) di continuare a vederlo e frequentarlo».

Una commozione forte quella che riempie le parole di Giovanni Pasquini, da sempre aderente ai gruppi brianzoli della Lega. «Oggi se ne va uno dei figli del grande popolo del Nord, come lui amava chiamarsi e come, lo ricordo in un comizio, disse sarebbe stato scritto sulla sua tomba. Se ne va un uomo che ha ridato orgoglio, dignità, volontà a un popolo che sembrava messo ai margini della politica italiana, ma al quale lui ha dato una stella polare, l’autonomia, il federalismo. Con lui oggi se ne va un grande, ma non muore un’idea, per quanto possa sembrare che oggi le grandi tematiche che Umberto ha saputo cavalcare con sapienza e con determinazione per oltre trent’anni siano messe da parte. Oggi più che mai è viva la questione settentrionale. Oggi davvero parlo dell’uomo che mi ha fatto amare la politica e se n’è andato, ma vive in noi».

Lo ricorda anche il segretario provinciale della Lega, Daniele Butti: «Fa buon viaggio, grande Capo. Oggi non perdiamo solo un uomo, perdiamo un simbolo. Umberto Bossi non è stato solo il fondatore della Lega: è stato la voce del popolo, il coraggio di dire ciò che altri non osavano, la forza di chi ha lottato senza mai piegarsi».

E Cinzia Bettega, capogruppo Lega in Consiglio: «Mi dispiace che sia scomparso e mi dispiace anche che in questi ultimi anni non abbia potuto essere protagonista della vita politica italiana. Ha dato un grandissimo contributo, è stato il fautore di una grande svolta federalista. Ha avvicinato moltissime persone alla politica e ridato dignità a una storia delle tradizioni che erano state accantonate. Personalmente, l’ho conosciuto, l’ho visto molte volte. Lo ricordo giovane, carismatico. Quando gli parlavo, magari a tavola, capivo di trovarmi di fronte a un uomo molto intelligente, intuitivo, che capiva la persona che aveva di fronte e le situazioni. Non era quella persona rozza che a volte i suoi avversari politici si divertivano a dipingere».

Un ricordo anche da Mauro Piazza, consigliere regionale leghista che pure arriva da differenti percorsi: «Aveva visto ciò che in molti non vedevamo, magari ingaggiati nella battaglia liberale, senza capire che il nocciolo di fuoco della libertà passa necessariamente per un’idea negoziale tra territori e Stato centrale, per un “contratto” tra interessi legittimi di popoli il e potere statuale. Oggi è ancora più chiaro come la battaglia federalista e delle autonomie locali, la battaglia di Bossi, fosse e sia l’unica possibilità per una riforma e un efficientamento della pubblica amministrazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA