Cronaca /
Giovedì 09 Luglio 2026
Il Disastro di Seveso e la solitudine di Golfari
Seveso, l’emergenza diossina e la solitudine politica di Cesare Golfari: a ricostruire quella stagione è Marco Calvetti, editorialista de La Provincia e di Unica Tv, testimone diretto di quegli anni.
Lettura 2 min.Lecco
Il 10 luglio 1976, alle porte di Seveso, in provincia di Monza e Brianza, esplode uno dei più gravi disastri ambientali della storia italiana: dal reattore dell’ICMESA fuoriesce una nube tossica carica di diossina che contamina un vasto territorio. A gestire l’emergenza è un lecchese, Cesare Golfari, allora presidente della Regione Lombardia. A ricostruire quella stagione è Marco Calvetti, editorialista de La Provincia e di Unica Tv, testimone diretto di quegli anni.
Un uomo della sinistra DC alle prese con l’ignoto
Golfari era un democristiano di area progressista, di origini romagnole, dal temperamento diretto. Si trovò a gestire una crisi su almeno quattro piani: giuridico, ambientale, morale, politico. «Fu un momento delicatissimo», racconta Calvetti, «perché il profilo ambientale era sorprendente, inatteso, devastante».
La situazione ricordava, per certi versi, l’incertezza vissuta anni dopo con il Covid: «Eravamo agli albori, come quando per le prime settimane vai nel buio». Solo in seguito si comprese che la diossina metteva a rischio la salute dei nascituri, aprendo il tema dell’interruzione di gravidanza in un’Italia senza ancora la legge 194.
Una Regione giovane, un potere enorme
Golfari dovette agire in un contesto istituzionale ancora acerbo: la Regione era nata solo nel 1970 e si trovò a decidere, senza legge nazionale, sulla vita delle persone. Calvetti sintetizza così l’anomalia: «È come se tutti provassero a girare a Monza, nell’autodromo, con una Fiat invece che con una Ferrari» — uno strumento non ancora all’altezza del compito.
Erano gli anni delle “giunte aperte”, formula sperimentale in cui il Partito Comunista veniva associato alla maggioranza senza entrare nell’esecutivo: un prodromo del compromesso storico, negli anni del “sorpasso” raccontato da Montanelli. Fu Golfari a gestire personalmente questa fase, coinvolgendo il PCI nelle scelte regionali. Sull’emergenza Seveso quella formula toccò forse il suo apice.
Lo scontro con il mondo cattolico
Da un lato premevano i movimenti che chiedevano interventi immediati a tutela di madri e bambini esposti al rischio diossina; dall’altro si consumò un conflitto durissimo con il mondo cattolico. Calvetti ricorda uno scontro «violentissimo» tra Golfari e il prevosto del luogo, figura che «invadeva la politica, intercettava, dava giudizi definitivi, quasi degli auto da fé», rendendo impossibile ogni dialogo.
In quel clima, aborto e divorzio sarebbero diventati di lì a poco i due referendum più partecipati della storia repubblicana, vissuti sulla pelle delle persone al di là delle appartenenze politiche. Per Calvetti, anche da posizioni contrarie all’aborto, era necessario “fidarsi della scienza”, con un approccio laico più che ideologico.
Una scelta politica, non ideologica
Per Calvetti la linea di Golfari — condivisibile o meno — fu «rigorosamente politica, ma con un occhio alla scienza», e gli costò diverse inimicizie. La DC, chiamata a rispondere al mondo cattolico organizzato, si trovò spiazzata da una decisione tanto radicale, presa sotto la pressione di un’emergenza senza precedenti in Italia.
«Prevalsero gli steccati», osserva Calvetti, leggendo la vicenda come lo specchio di un’epoca in cui la politica restava largamente confessionale, a differenza di oggi. Solo con la legge 194 il tema trovò poi una cornice nazionale: se fosse arrivata prima, conclude Calvetti, molti problemi si sarebbero risolti, senza lasciare a una Regione appena nata il peso di decidere da sola sulla vita delle persone.
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