«Far bene dal dolore per la perdita di un figlio»: la sfida di due padri

A Lecco confronto fra Paolo Simoncelli, padre del compianto Sic, e Marco Galbiati, imprenditore lecchese che ha perso il figlio Riccardo

Lecco

Ci sono serate in cui parlare di dolore rischia di scivolare nella retorica. Poi salgono sul palco persone come Paolo Simoncelli e Marco Galbiati e la retorica si ritira da sola, quasi per pudore.

All’Auditorium della Camera di Commercio di Lecco, l’incontro promosso dall’associazione Libertà Protagonista, in collaborazione con il Ristorante Il Porticciolo e la sua Academy, ha messo al centro proprio questo: il tentativo, ostinato e imperfetto, di trasformare una perdita in qualcosa che abbia ancora un senso. Un appuntamento pensato soprattutto per i giovani, per scuole e famiglie, chiamati ad ascoltare storie che non si possono semplificare.

Tra i protagonisti Paolo Simoncelli, padre di Marco Simoncelli, il pilota di MotoGP morto nel 2011 a Sepang. Oggi è il presidente della Fondazione che porta il nome del figlio, una realtà che negli anni ha costruito progetti concreti di solidarietà. Non si è fermato al ricordo, ha fatto qualcosa di più complicato: ha dato una direzione a quel dolore.

Sul palco ha parlato senza cercare scorciatoie:

«È una storia comune di due famiglie, poi ognuno ha sviluppato il suo dolore in modo diverso, quindi è una delle cose più ingiuste del mondo che capitano e quando capita devi riuscire a sopravvivere. Mi rendo conto che non è facile parlare di queste tragedie, ma bisogna trovare un modo per andare avanti».

E quando il discorso si sposta sulla Fondazione, il tono resta lo stesso, concreto:

«La fondazione è stata una buonissima idea, non è stata mia ma di Carlo Pernac proprio nei giorni del funerale, e io fra l’altro non sapevo neanche cosa fosse. Poi ho dovuto impararlo in fretta, perché la gente si è veramente subissata di donazioni. Adesso il mio lavoro più complicato è spendere bene i soldi degli altri, che sembra una cosa facile ma non lo è».

E infine il ricordo del figlio, senza trasformarlo in un personaggio:

«Non ho un ricordo particolare, era bello così com’era, era come lo vedevi in televisione anche nella vita normale. Era un ragazzo che faceva anche arrabbiare, ma era vero, ed è questa la cosa che la gente ha capito di lui».

Accanto a lui Marco Galbiati, imprenditore lecchese, porta una storia altrettanto difficile, legata alla morte del figlio Riccardo, per tutti Ricky. Aveva 15 anni quando, il 30 dicembre 2016, durante una giornata sugli sci con il padre, fu colpito da un malore improvviso. Tre giorni di coma e poi la decisione più dura: lasciarlo andare. Da lì, anche la scelta della donazione degli organi, che ha permesso ad altre persone di vivere.

Da quella frattura nasce il percorso che Galbiati ha raccontato a Lecco, senza addolcire nulla:

«È molto difficile rispondere a questa domanda, ma la verità è che la perdita di un figlio non si supera mai. Si cerca di andare avanti grazie agli amici, alla famiglia, ma quella ferita resta».

Nel suo racconto entra anche una dimensione più personale, quasi un dialogo che continua:

«Io dialogo tanto con lui, mi sta facendo fare tante cose, quindi anche iniziative come questa mi danno il senso di andare avanti, di essere stimolato e di ricordarlo nel modo migliore».

E poi il consiglio, che suona più come una necessità che come una frase da manuale:

«Ai genitori che vivono una situazione simile dico di non chiudersi, di cercare di trasformare il dolore in qualcosa di positivo. Non possiamo farci niente, ma possiamo decidere cosa farne».

A completare la serata anche la testimonianza di Katy, storica compagna di Marco Simoncelli, che ha riportato il discorso su un piano più intimo e meno incline a cercare spiegazioni:

«Sono passati quindici anni, non sembra vero, però il ricordo c’è sempre. Io non sento segnali particolari, li vedo più come coincidenze. Secondo me i segnali li vedi se li vuoi vedere, dipende da come vivi certe cose».

Tre voci diverse, tre modi di stare dentro la stessa assenza. Nessuna lezione preconfezionata, nessun tentativo di rendere il dolore più ordinato di quello che è.

Il risultato non è stato un incontro celebrativo, ma qualcosa di più scomodo e, proprio per questo, più utile: la dimostrazione che certe ferite non si chiudono. Però si può scegliere cosa farne. E, incredibilmente, qualcuno riesce anche a farne qualcosa di buono.

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