«In Venezuela la sfida ora è lottare per la democrazia»

Mariela Magallanes, deputata venezuelana in esilio a Pescate: «Il regime ha fallito. Ora però il nostro popolo deve potersi esprimere senza condizionamenti»

A distanza di migliaia di chilometri dal Venezuela, una delle voci più forti dell’opposizione a Nicolás Maduro risuona proprio a due passi da noi.

È il racconto di Mariela Magallanes, ex deputata venezuelana, costretta all’esilio dal regime nel 2019. Oggi vive a Pescate con i suoi tre figli. Da sei anni si batte per la stessa causa: «Non ho mai smesso di alzare la voce per il mio Paese e per i venezuelani». Tantomeno ora, mentre il destino del Venezuela resta ostaggio di scelte e interessi che si giocano anche sul piano internazionale.

La sua lunga storia politica entra nel vivo nel 2015, quando siede all’Asamblea Nacional, «ultima legislatura nella quale il regime ha permesso che le forze democratiche vincessero».

Essere all’opposizione, spiega, non è mai stato solo un ruolo istituzionale, ma una condizione fonte di pericolo: «Significa rischiare fisicamente, rischiare la libertà, il carcere, l’esilio e anche la vita».

La frattura è arrivata nel 2019: sette mesi rifugiata nell’ambasciata italiana a Caracas. «La seconda volta che sono venuta in Italia non è stata per mia scelta, sono stata costretta a lasciare il mio Paese», chiarisce. L’uscita forzata è stata possibile grazie a un’operazione diplomatica che ha coinvolto anche il senatore Pier Ferdinando Casini. Da allora il territorio lecchese è diventato il luogo dal quale continua a documentare la storia dei prigionieri politici, la diaspora e la democrazia negata.

Quando le si chiede che Venezuela abbia lasciato e come tema di ritrovarlo oggi, la risposta è netta: «La situazione è drammatica. Oggi un maestro guadagna due dollari al mese, un pensionato meno di un dollaro». Un dato che rende evidente il paradosso di «un popolo intero ridotto alla povertà in un Paese con le più grandi risorse petrolifere del mondo».

Il passaggio chiave, secondo lei, sono le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Un voto che, precisa, si è svolto formalmente sotto le regole del regime, ma in condizioni fortemente limitate. L’opposizione aveva scelto come propria leader Maria Corina Machado, vincitrice delle primarie, ma esclusa dalla competizione elettorale. Al suo posto viene candidato Edmundo González Urrutia, sostenuto unitariamente dalle forze democratiche. «Secondo i dati raccolti dall’opposizione, abbiamo ottenuto oltre il 70% dei voti», afferma Magallanes. Un risultato che, però, non si è mai tradotto in un reale cambio di potere: milioni di venezuelani non sono riusciti a votare, né all’interno del Paese né all’estero. «Più di dieci milioni», sottolinea, «una parte enorme del popolo esclusa dalla scelta».

Per Magallanes, la povertà non è un effetto collaterale ma il frutto di un sistema. Il progetto di equità sociale avviato da Hugo Chávez, ricorda, si è spezzato quando le risorse del petrolio «non vengono più usate per il popolo, ma per controllarlo». Nel tempo si è consolidata una ristretta élite politico-militare: «Oggi è un’organizzazione criminale che ha sequestrato un’intera nazione».

Sul ruolo degli Stati Uniti la sua posizione è netta: «L’intervento esterno è stato l’ultimo passaggio possibile. Tutte le vie democratiche si erano esaurite». A chi legge l’azione americana solo come interesse petrolifero, anche alla luce delle recenti mosse di Donald Trump, risponde che la tutela statunitense è oggi, di fatto, l’unica garanzia per una transizione e per la ricostruzione economica del Paese.

Netto anche il giudizio su Delcy Rodríguez, vicepresidente ora chiamata temporaneamente alla guida del Paese: «Non ha legittimità di origine né il profilo morale per guidare una transizione democratica, ma condizionata dagli Stati Uniti sarà quasi obbligata. Non dimentichiamo che i prigionieri politici sono tutt’ora circa mille». Mariela vorrebbe che l’appello lanciato da Pescate fosse accolto sul piano nazionale e si traduca in un impegno governativo per la loro liberazione.

Ai venezuelani che sono rimasti in condizioni di estrema incertezza direbbe: «Ce l’abbiamo fatta, ma non dobbiamo permettere che la democrazia venga di nuovo calpestata. All’Italia chiedo rispetto per la bandiera venezuelana che non deve essere strumentalizzata. Abbiamo una storia lunga, dolorosa, tragica, ma credo sia arrivato il momento della speranza e, finalmente, il tempo della democrazia».

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