Lecco, emergenza caldo: 478 visite domiciliari in due mesi e mezzo

Dal 1° giugno al 13 agosto 61 medici di famiglia hanno effettuato almeno una visita legata al caldo, un terzo del totale. Il picco a luglio con 268 interventi, mentre l’assistenza a domicilio si conferma fondamentale per i pazienti più fragili.

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Lecco

L’ondata di calore spinge l’assistenza domiciliare sul territorio a numeri davvero importanti. Numeri che testimoniano come il lavoro del medico “di base” sia prezioso e che chi (come avviene nell’oggionese), un medico “titolare” non ce l’ha (ma Lecco è quasi un’isola felice in Lombardia), deve poi rivolgersi alla continuità assistenziale (116-117) oppure al Pronto Soccorso, facendo così, involontariamente, un uso improprio delle già risicate risorse sanitarie.

Ma veniamo ai dati. Dal 1° giugno e fino al 13 agosto compreso ben 61 medici di medicina generale (sul totale lecchese che ammonta a 180), hanno rendicontato almeno una visita domiciliare legata all’emergenza caldo, pari al 33,9% del totale. È il quadro che emerge dai dati del Piano caldo, che fotografano una risposta territoriale significativa ma ancora non capillare, in un periodo in cui fragilità, età avanzata e patologie croniche aumentano il rischio clinico per i pazienti più vulnerabili.

Nel complesso, le visite domiciliari attribuite specificamente alla gestione dell’emergenza sono state ben 478. L’andamento mensile mostra una crescita netta con l’intensificarsi delle temperature: 126 visite a giugno, 268 a luglio e 84 ad agosto fino al giorno 13. Luglio rappresenta quindi il picco dell’attività, concentrando da solo oltre la metà degli interventi effettuati nel periodo considerato.

Il dato racconta due aspetti. Il primo è la centralità della medicina generale nella tenuta del sistema durante le fasi di maggiore stress climatico: la visita a domicilio consente di intercettare precocemente disidratazione, scompensi cardiovascolari, peggioramento di insufficienze respiratorie e difficoltà nell’aderenza terapeutica, soprattutto tra anziani soli e pazienti non autosufficienti. Il secondo riguarda la copertura del servizio: se un terzo dei MMG ha attivato almeno un accesso domiciliare straordinario, resta una quota ampia di professionisti che non ha rendicontato interventi riconducibili all’emergenza caldo.

Questo non significa necessariamente assenza di assistenza, perché nei dati non rientrano né le visite già programmate né quelle non pertinenti alla gestione dell’emergenza. Tuttavia, il numero suggerisce che il carico aggiuntivo si sia concentrato su una parte limitata della rete, con il rischio di una risposta disomogenea tra territori e bacini di utenza.

Dal punto di vista sanitario, il messaggio è chiaro: il caldo non è soltanto un problema meteorologico, ma un moltiplicatore di fragilità clinica e sociale. Per questo il domicilio diventa uno snodo decisivo dell’assistenza, sia per evitare accessi impropri al pronto soccorso sia per intervenire prima che le condizioni del paziente precipitino. La crescita delle visite tra giugno e luglio conferma che la domanda assistenziale aumenta rapidamente quando le temperature si stabilizzano su livelli elevati.

In chiave di sanità pubblica, i numeri rafforzano la necessità di consolidare i Piani caldo con tre priorità: monitoraggio precoce dei pazienti fragili, maggiore uniformità organizzativa tra i medici di famiglia e integrazione più stretta con servizi sociali, continuità assistenziale e rete dell’emergenza. Perché nelle estati sempre più estreme, la differenza non la fa solo la capacità di curare, ma quella di arrivare in tempo nelle case di chi è più esposto.

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