Cronaca / Merate e Casatese
Venerdì 10 Luglio 2026
Tragedia di Brivio, i genitori di Milena e Giorgia: «Si poteva evitare»
Nessun accanimento nei confronti dell’imputato, ma solo la richiesta di una sentenza equa. I familiari di Milena Marangon e Giorgia Cagliani intervengono dopo la condanna del conducente del carro attrezzi: «Quella tragedia si sarebbe potuta evitare»
Lettura 1 min.Brivio
Mai alcun accanimento contro l’imputato, ma solo la ricerca di una «definizione processuale semplicemente equa, nulla di diverso». Nel dignitoso e ammirevole riserbo mantenuto dopo l’immane tragedia del 20 settembre 2025 – la morte di Milena Marangon e Giorgia Cagliani, 21enni di Paderno d’Adda, investite da un carro attrezzi mentre camminavano verso l’area della festa del paese di Brivio - i familiari delle ragazze si affidano a una nota del loro legale, l’avvocato Paolo Bassano, per un breve intervento sulla vicenda giudiziaria seguita al fatto.
Il processo, con sentenza del giudice per l’udienza preliminare Gianluca Piantadosi, ha visto la condanna a tre anni e mezzo di reclusione per Krzysztof Lewandowski, 35 anni, cittadino polacco alla guida del veicolo che ha travolto le due giovani senza dare loro scampo. Un verdetto che ha superato le conclusioni del pubblico ministero, che aveva chiesto due anni e otto mesi per omicidio stradale con l’aggravante dell’assunzione di cannabinoidi.
Dal dispositivo, si desume implicitamente, in attesa delle motivazioni, «che la pronuncia ha di fatto riconosciuto la sussistenza dell’aggravante in questione – fa sapere l’avvocato Bassano - vale a dire l’essersi posto alla guida in stato di alterazione derivante dall’utilizzo di sostanza stupefacente». Quest’ultima circostanza, come documentato in questi mesi, ha rappresentato l’unico oggetto di contestazione da parte dei difensori di Lewandowski, secondo i quali il quantitativo di marijuana trovato nel sangue dell’uomo (che aveva ammesso l’assunzione risalente a qualche giorno prima) non era in grado di alterarne i sensi.
Ma il commento va oltre alle questioni tecniche: «Da parte dei familiari, umanamente, vi è comprensione della assai delicata posizione personale e processuale dell’imputato, anche se mai delicata come quella delle famiglie delle defunte. Tuttavia, la comprensione non può mai portare a una giustificazione, anche indiretta o parziale, ovvero a una sorta di “buonismo dell’inevitabile”, con espressioni quali “è stata una tragedia” ovvero “è capitato”. La riflessione è semplice: si tratta di una tragedia che si sarebbe dovuto, e potuto, evitare».
Sulla dinamica di quanto accaduto, inoltre, «non vi sono state divergenze processuali, nemmeno da parte della difesa, la quale anzi, con semplice e franca onestà intellettuale, ha dichiarato in aula che «le ragazze hanno camminato esattamente dove dovevano (e potevano, n.d.r.) camminare».
Come riportato negli atti, la velocità tenuta dal 35enne era di 81,5 chilometri orari, ben al di sopra del limite a 50 (anche se un passaggio della perizia tecnica indicava 70 all’ora). «Come pacificamente emerso processualmente, le vittime camminavano non sulla carreggiata (ciò pure è stato impropriamente detto e scritto), bensì fuori dalla stessa, sulla banchina, nello spazio a ciò sufficiente, come consentito dal codice della strada».
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