Umberto Bossi, il ricordo di Fiorello Provera: «Era un uomo del popolo»

Fiorello Provera, leghista della prima ora, ne ricorda l’intuizione politica e la modestia

La scomparsa di Umberto Bossi, avvenuta giovedì all’età di 84 anni, segna la fine di una stagione politica che ha inciso profondamente nella storia recente del Paese. Fondatore della Lega nord e figura simbolo di un movimento che ha saputo interpretare, nel bene e nel male, istanze territoriali e spinte autonomiste, il “Senatur” lascia un’eredità complessa, fatta di intuizioni, contraddizioni e di un rapporto diretto con il popolo.

A ricordarlo è Fiorello Provera, leghista della prima ora, già presidente della Provincia di Sondrio, senatore ed europarlamentare, che con Bossi condivise un lungo tratto di strada politica e umana. «Quello che proponeva allora, nel ’91, era totalmente nuovo – racconta –. L’identità del nord e il ruolo del popolo del nord a livello nazionale, insieme al federalismo come metodo di governo e di partecipazione».

Due pilastri che, all’epoca, rappresentavano una rottura radicale con il sistema politico tradizionale. Ma non solo. «Per me fu rivoluzionaria anche l’idea di superare la distinzione tra destra e sinistra – prosegue Provera –. Bossi sosteneva che entrambe fossero espressione di un’impostazione centralista. La vera contrapposizione, diceva, è tra centralismo e federalismo: tra chi vuole imporre decisioni da Roma e chi invece rivendica il ruolo delle comunità locali».

Un’intuizione che, secondo Provera, si è rivelata nel tempo fondata e che contribuì a cementare un legame politico mai venuto meno, anche quando le strade si sono formalmente divise. «Io sono stato estromesso dalla Lega dell’attuale gestione, lui era già in disparte, ma mi sono sempre sentito profondamente bossiano, perché in lui riconoscevo una grande genialità politica».

Accanto alla figura pubblica, emerge il ritratto umano. «Aveva i suoi difetti, come tutti, ma era una persona straordinaria. Ha vissuto e si è spento con grande modestia: non è uscito un ducato dalle sue tasche». Un tratto, sottolinea Provera, raro nel panorama attuale, dove potere e denaro hanno un peso dominante.

Bossi, ricorda ancora, «era un uomo del popolo, si riconosceva nella gente comune e si metteva al suo servizio». Un rapporto diretto, immediato, che si traduceva anche in una comunicazione politica efficace e istintiva. Emblematico l’episodio del 1992, in piazza Garibaldi gremita: «Io ero un medico, non avevo esperienza di comizi. Avevo preparato un foglietto. Lui mi guardò e disse: “Ma che fai? Non puoi parlare a braccio?”». Una spontaneità che per Bossi era naturale: «Era già un animale politico».

Determinante fu anche il sostegno che diede a Provera su temi meno centrali per la Lega di allora, come la cooperazione internazionale. «Non era particolarmente orientato alla politica estera, ma comprese l’importanza di investire nello sviluppo dei Paesi africani». Un’idea che univa solidarietà e visione strategica: favorire la crescita locale per ridurre le migrazioni e mantenere nei Paesi d’origine le energie migliori. «Era una politica di aiuto, ma anche di equilibrio – spiega Provera – e oggi vediamo quanto questi temi siano attuali».

Con la morte di Umberto Bossi si chiude dunque un capitolo importante della politica italiana. Resta il segno di un leader capace di intercettare umori profondi, di rompere schemi consolidati e di costruire un rapporto autentico con il proprio elettorato. Un uomo, come lo definisce chi lo ha conosciuto da vicino, «al servizio del popolo».

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