Aggredita al Gombaro, l’appello del marito raccolto solo dalla minoranza

Nessun commento da parte dell’amministrazione. Il Pd: «Sondrio è una città sicura, ma su quanto accaduto serve una riflessione seria»

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Sondrio

Tanta la solidarietà raccolta da Fabio Panzeri, giornalista di lungo corso nelle province di Sondrio e Lecco, e da sua moglie, Doriana, vittima di una brutale aggressione al Gombaro del capoluogo nel pomeriggio del 3 aprile scorso, giunta in seguito alla lettera che ha fatto pervenire al nostro giornale e che abbiamo pubblicato nella sua interezza proprio ieri. Un appello, pacato, ma fermo, alle istituzioni perché affrontino il tema «non solo con un approccio poliziesco o di gestione dell’ordine pubblico – scrive Panzeri -, pur indispensabile, ma chiamando in causa anche un concetto sociale di sicurezza integrata senza il quale l’accoglienza, nella quale credo profondamente, rischia di diventare un pericoloso boomerang per tutti».

Panzeri si è detto convinto che la gravità di quanto accaduto non sia stata del tutto compresa ed ha indugiato su un «atteggiamento tiepido, distaccato, quasi imbarazzato tenuto per lungo tempo soprattutto dagli enti locali – ha detto - e imbarazzante – ha proseguito - l’assenza di qualsiasi manifestazione di gratitudine da parte del Comune di Sondrio verso la coraggiosa signora che ha dato un contributo decisivo a scongiurare l’uccisione di mia moglie».

D’obbligo, da parte nostra, interpellare il Comune di Sondrio e il suo primo cittadino, Marco Scaramellini, per avere un feed back al riguardo, che, però, non è giunto. L’amministrazione Scaramellini sceglie di non intervenire pubblicamente su questo argomento in questa fase, al netto della vicinanza espressa alla vittima nel comunicato stampa dell’8 aprile scorso in cui parlava di «atto gravissimo e di violenza ingiustificabile», assicurando «massimo impegno per la sicurezza dei cittadini – era scritto nella nota – concretizzato nell’azione potenziata della Polizia locale, nella videosorveglianza e nella collaborazione con le forze dell’ordine».

Gli esponenti di maggioranza in Comune a Sondrio che abbiamo contattato ieri si sono rimessi alle decisioni del sindaco, mentre dai banchi dell’opposizione si è levata la voce di Michele Iannotti, segretario provinciale e consigliere comunale del Pd. «Quanto accaduto ha lasciato conseguenze profonde e non può essere archiviato come un fatto di cronaca fra i tanti – dice Iannotti, dopo aver espresso massima vicinanza a Doriana e a suo marito Fabio -, che ringrazio per aver scelto di intervenire con parole ferme, ma misurate. La questione che pone alle istituzioni è seria e non può cadere nel vuoto. Non chiede clamore né contrapposizioni, ma attenzione e risposte al tema». Nel quale, poi, Iannotti, entra. «Non credo che Sondrio sia una città insicura – dice -. I dati ufficiale restano indispensabili per comprendere la situazione ed evitare valutazioni dettate dall’emotività del momento. Allo stesso tempo, però, non possiamo fingere che sia quella di vent’anni fa. La città e la provincia stanno cambiando e devono confrontarsi con nuove fragilità, marginalità e situazioni di disagio che, quando non vengono individuate per tempo adeguatamente seguite possono degenerare. A Sondrio la percezione di insicurezza è cresciuta, ma non nasce dal nulla, perché legata ad episodi concreti che hanno colpito profondamente la città e che non possono essere liquidati come fatti isolati e irrilevanti. Non vanno ingigantiti, ma neppure ignorati e limitarsi a ripetere che Sondrio è una delle città più sicure d’Italia rischia diventare un modo per non affrontare il problema».

Il tema è stato discusso anche nell’ultimo consiglio comunale «ma occorrono iniziative concrete – dice Iannotti -. Un piano cittadino per la sicurezza urbana con un coordinamento stabile tra Comune, Prefettura, forze dell’ordine, Polizia locale, servizi sociali e sanitari e realtà dell’accoglienza. Serve stabilizzare il posto Polfer di Sondrio e una presenza più visibile nelle zone più critiche, più videosorveglianza, illuminazione pubblica, manutenzione e cura degli spazi pubblici e, soprattutto, prevenzione. Cioè servizi che comunichino fra loro e percorsi di accoglienza e integrazione nei quali solidarietà, rispetto delle regole e responsabilità camminino insieme. E serve – conclude Iannotti -, che i Comuni non vengano lasciati soli, ma Governo e Regione Lombardia devono fare la loro parte trasformando gli annunci in risorse, ulteriore personale e interventi concreti evitando di evocare la sicurezza nei comunicati e nelle campagne elettorali, mentre gli investimenti necessari tardano ad arrivare».

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