«Mio figlio lasciato senza tutele»: la denuncia di una madre valtellinese

Una madre racconta il percorso affrontato tra tribunali, riconoscimenti sanitari e richieste di sostegno per il figlio con gravi difficoltà di apprendimento.

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Sondrio

Una battaglia che riguarda suo figlio, ma che secondo lei coinvolge molte altre famiglie. È la denuncia di una madre valtellinese che punta il dito contro Inps e sistema scolastico, accusati di non garantire pienamente i diritti degli studenti con disabilità e bisogni educativi complessi. Il figlio di 11 anni, oggi frequentante la scuola secondaria di primo grado, è affetto da un grave disturbo misto degli apprendimenti. Una condizione permanente che gli impedisce, ad esempio, di leggere in autonomia e che richiede un importante supporto sia sul piano scolastico sia su quello assistenziale. Il primo fronte dello scontro riguarda l’Inps. In sede di revisione sanitaria, l’istituto aveva revocato al ragazzo il riconoscimento della situazione di gravità prevista dall’articolo 3, comma 3, della Legge 104 del 1992. La famiglia ha quindi presentato ricorso attraverso un Accertamento tecnico preventivo (Atp), procedura giudiziaria utilizzata nelle controversie previdenziali e assistenziali. La consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale avrebbe però dato ragione alla famiglia, riconoscendo nuovamente la condizione di gravità e la necessità del massimo livello di sostegno scolastico.

Nonostante ciò, l’Inps ha contestato le conclusioni del consulente e ha avviato il giudizio di merito. A suscitare indignazione nella madre è soprattutto una tesi sostenuta dall’istituto. Negli atti processuali, infatti, sarebbe stato affermato che il minore potrebbe «guarire» durante lo sviluppo. Una definizione che la donna giudica scientificamente infondata. «Tutti sanno che condizioni come i disturbi dell’apprendimento o l’autismo non possono guarire. Mio figlio non diventerà mai neurotipico», afferma. Il secondo fronte riguarda invece la scuola e l’Ufficio territoriale scolastico. Secondo la madre, gli istituti tenderebbero a limitare le ore di sostegno anche nei casi di disabilità che richiedono un supporto intensivo. La questione riguarda l’applicazione delle norme che disciplinano l’inclusione scolastica. Diverse sentenze della giustizia amministrativa e costituzionale hanno stabilito che, nei casi più gravi, il numero delle ore di sostegno deve essere determinato in base ai bisogni effettivi dell’alunno e non esclusivamente ai vincoli di bilancio. Già la sentenza 80 del 2010 della Corte costituzionale aveva affermato la possibilità di derogare ai limiti ordinari per garantire il diritto allo studio degli studenti con disabilità.

Nel caso del ragazzo, la famiglia sostiene che il fabbisogno sarebbe pari all’intero orario scolastico, circa 30 ore settimanali, mentre sarebbero state riconosciute soltanto 18 ore di sostegno. Una differenza che, secondo numerose pronunce dei tribunali amministrativi, può tradursi in una lesione del diritto all’istruzione e dell’effettiva inclusione scolastica. «Vorrei sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica – conclude la madre – perché il problema non riguarda solo mio figlio. Molti genitori non conoscono i propri diritti e spesso si trovano da soli ad affrontare percorsi complessi per ottenere ciò che la legge già prevede».

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