Predazione all’alpe Rogneda di Tresivio: quattro pecore morte, tre disperse

L’episodio è avvenuto a 2mila metri di quota in un gregge composto da 100 capi. Provato il giovane allevatore Ciampini, il recinto era elettrificato ma non c’era il pastore

Lettura 2 min.

Tresivio

Arriva da “Pro patrimonio montano”, la rete per la conservazione del patrimonio delle montagne che ha in Marco Paganoni il suo referente per la provincia di Sondrio, la denuncia di una predazione di pecore ciute avvenuta questo fine settimana sull’alpe Rogneda, a circa 2000 metri di quota, nel territorio comunale di Tresivio.

«Quattro ciute sono state trovate morte dal suo proprietario, il giovane allevatore Riccardo Ciampini – dice Paganoni -, mentre altre tre sono, al momento, introvabili».

«E due giorni ci ha messo l’allevatore, a recuperare e radunare tutto il gregge, composto da 100 pecore, fra ciute, brianzole e miste, perché, probabilmente spaventate si ipotizza da qualche predatore, hanno sfondato il recinto in cui si trovavano e sono fuggite».

«Tra l’altro un recinto elettrificato antilupo, proprio di quelli forniti dalla Provincia e dalla Regione per proteggere le greggi dagli attacchi».

Custodite di giorno

Allo stato attuale, per amore di verità, non è dato sapere cosa abbia provocato questa fuga degli ovini in piena notte, perché non è presente un pastore, nottetempo, che le sorvegli.

La custodia è garantita di giorno, mentre di notte c’è il recinto elettrificato che fa da deterrente, ma, evidentemente, in questo caso non ha funzionato.

Segni evidenti

«Gli ovini presentano evidenti segni di predazione sulle carcasse – assicura Paganoni -, profondi morsi, ferite compatibili con un attacco predatorio e ci sono animali in alcuni casi quasi completamente consumati. Saranno comunque gli accertamenti e le eventuali verifiche effettuate dagli organi competenti a stabilire con certezza la dinamica e l’eventuale specie responsabile».

Polizia provinciale

Gli agenti della Polizia provinciale di Sondrio sono stati contattati, sono saliti in alpe Rogneda per il sopralluogo e, ora, le pecore radunate con fatica sono state portate ad una quota più bassa, a Boirolo, a 1400 metri «nella speranza che non arrivino anche lì i predatori, perché con ogni probabilità non sarà una differenza di quota di 600 metri a dissuaderli», dice Paganoni, molto dispiaciuto per quanto accaduto al giovane allevatore e per la perdita di questi capi.

Dipiacere

«Spiace per tutti, ma queste sono pecore appartenenti ad una razza in via di estinzione che stiamo cercando di recuperare con grande fatica – dice ancora -, una razza autoctona a rara, per cui al danno economico per la perdita degli animali, si aggiunge anche un danno sul piano zootecnico in relazione alla conservazione di un patrimonio genetico e culturale strettamente legato al nostro territorio».

Il giovane allevatore è uscito molto provato da questa esperienza e, ora, come altri prima di lui si interroga sul da farsi.

Si pone sempre il tema della convivenza fra allevamento di montagna e grandi predatori, come ricorda Paganoni, anche se, in questo caso, come in altri, è sempre bene attendere il responso dei tecnici e dell’istituto zooprofilattico circa l’origine della predazione prima di sbilanciarsi.

Le ipotesi

Potrebbe essersi trattato di lupo, di orso, ma è noto che anche cani inselvatichiti o lasciati liberi possono compiere razzie e danni.

Ieri non è stato possibile sentire, al riguardo, la responsabile del settore grandi carnivori della Provincia di Sondrio, Maria Ferloni, che, d’intesa con gli agenti della Polizia provinciale, presiede a questo delicato settore. Ma sicuramente nei prossimi giorni si potranno avere maggiori informazioni in merito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA