Emorragia cerebrale non diagnosticata, la sentenza chiarisce le responsabilità: risarcimento da 1,47 milioni alla famiglia

Il Tribunale di Sondrio individua le omissioni diagnostiche negli ospedali di Menaggio e Gravedona. Decisiva la mancata Tac ai primi due accessi: con una diagnosi tempestiva la donna avrebbe avuto oltre l’80% di probabilità di sopravvivere.

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Sondrio

Emergono nuovi dettagli sul calvario vissuto da una donna residente nel Medio Lario, morta nell’aprile del 2018 dopo un’emorragia cerebrale non diagnosticata tempestivamente. Con la pubblicazione della sentenza del Tribunale civile di Sondrio, che ha riconosciuto un risarcimento di 1,478 milioni di euro in favore del marito e dei figli, si chiarisce infatti alcuni aspetti della vicenda, individuando con precisione le strutture coinvolte e il diverso peso delle rispettive responsabilità.

La condanna riguarda, da un lato, l’Asst Valtellina e Alto Lario per quanto avvenuto al Pronto soccorso dell’ospedale di Menaggio, che nel 2018 faceva parte dell’azienda sanitaria valtellinese, e, dall’altro, la società che gestisce l’ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, dove la donna si era rivolta il giorno successivo. Non risultano invece coinvolti l’ospedale di Sondrio né altre strutture dell’Asst Valtellina e Alto Lario o dell’Asst Lariana. Il dramma prende avvio nella notte tra il 2 e il 3 aprile 2018. La donna viene accompagnata dal marito al Pronto soccorso di Menaggio dopo l’insorgenza di un violento mal di testa accompagnato da vomito. I sanitari la visitano, le somministrano una terapia farmacologica che attenua temporaneamente i sintomi e, constatato il miglioramento, visto che la donna si sentiva meglio e voleva tornare a casa, la dimettono con diagnosi di cefalea, senza eseguire una Tac encefalo e con l’indicazione di tornare in ospedale in caso di ricomparsa della sintomatologia. Ma il sollievo dura poco. Il giorno successivo il dolore si ripresenta con la stessa intensità e la donna raggiunge il Pronto soccorso dell’ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona. Anche in questa occasione viene sottoposta ad alcuni accertamenti, ma non all’esame diagnostico che, secondo i consulenti tecnici, avrebbe consentito di individuare l’emorragia provocata dalla rottura di un aneurisma cerebrale.

Viene così nuovamente dimessa. Il definitivo aggravamento arriva il 5 aprile. Ricoverata d’urgenza, la paziente viene finalmente sottoposta a Tac, che evidenzia un vasto ematoma sottodurale con edema cerebrale diffuso. L’intervento neurochirurgico non riesce però a fermare la progressione del danno e la donna muore due giorni dopo. Secondo la consulenza tecnica d’ufficio, richiamata dal Tribunale, entrambe le strutture hanno omesso gli approfondimenti diagnostici imposti dal quadro clinico. Tuttavia, i consulenti attribuiscono un’incidenza ben diversa alle due condotte. La perdita di chance di sopravvivenza riferibile al primo accesso a Menaggio viene stimata tra l’8 e il 10 per cento, mentre il peso maggiore ricade sul secondo accesso a Gravedona, dove i medici disponevano di un elemento ulteriore e decisivo: la ripresentazione, a distanza di appena ventiquattro ore, degli stessi sintomi. Una circostanza che, secondo il giudice, «avrebbe dovuto indurre a effettuare un approfondimento diagnostico immediato».

Pur riconoscendo questa diversa graduazione delle responsabilità, il Tribunale ha condannato in solido i due soggetti al risarcimento dei danni, precisando che «il riparto del 72% e dell’8% rileva soltanto nei rapporti interni tra corresponsabili». Ai familiari è stato così riconosciuto il danno biologico terminale subito dalla donna, il danno da perdita del rapporto parentale in favore del marito e dei figli, oltre al danno patrimoniale per la perdita del reddito e alle spese sostenute. Una decisione che, secondo il giudice, trova fondamento nel fatto che, se gli accertamenti fossero stati eseguiti tempestivamente, la paziente avrebbe avuto probabilità di sopravvivenza superiori all’80 per cento.

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