Tragedia di Chiareggio, slitta la sentenza: il processo riprenderà il 9 ottobre

Il pm ha chiesto di replicare alle difese prima della decisione del giudice. Gli imputati chiedono l’assoluzione, le parti civili confermano la richiesta di quasi 10 milioni di risarcimento.

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Sondrio

Doveva essere la terza e ultima udienza del processo a porte chiuse, con rito abbreviato, per i fatti di Chiareggio del 12 agosto 2020, quando sotto i 17mila metri cubi di materiale scaricati improvvisamente dal Nevasco rimasero morte tre persone, una coppia di Comabbio (Varese), Gianluca Pasqualone e Silvia Brocca, e una bambina di 10 compiuti il giorno stesso, di Besnate, sempre nel Varesotto, Alabama Guizzardi, mentre rimase gravemente ferito, ma si salvò il figlio delle vittime, Leo Pasqualone, cinque anni appena, invece, ci sarà un altro atto prima della sentenza che verrà emessa dal giudice Fabio Giorgi. Sentite le arringhe delle difese, infatti, il pubblico ministero, Stefano Latorre, ha chiesto di poter replicare alle stesse, cosa che potrebbero decidere di fare anche gli avvocati di parte civile, per cui il giudice ha concesso un rinvio al prossimo 9 ottobre. In quella sede il pm potrà replicare, così come lo potranno fare le parti civili, quindi, salvo ulteriori colpi di scena, ci sarà la sentenza. Che probabilmente non verrà emessa nel giorno stesso considerato che già in precedenza il giudice aveva fatto intendere che si sarebbe preso alcuni giorni per visionare con accuratezza il fascicolo.

In aula, oggi, in tribunale a Sondrio, c’erano il sindaco attuale di Chiesa in Valmalenco, Renata Petrella, assistita dagli avvocati Pietro Petrella, del foro di Avezzano (Aquila), suo zio, e Francesco Romualdi, del foro di Sondrio, arrivata in tribunale come accaduto anche nelle altre due udienze con gli assessori Andrea Parolini ed Emanuele De Luca, e c’erano la mamma, il papà, e il fratello Filippo, 22 anni, di una delle vittime, Alabama Guizzardi, sempre presenti alle udienze sin dalla fase preliminare.

Non c’erano e non sono mai intervenuti gli altri imputati, gli ex sindaci di Chiesa, Miriam Longhini, Cristian Pedrotti e Fabrizio Zanella, e il responsabile dell’Ufficio lavori pubblici dell’Unione all’epoca dei fatti, Elio Dioli, rappresentati dai loro difensori, Gino Ambrosini, i primi, e Biagio Giancola, il secondo. Per le parti civili era presente l’avvocato Paolo Patacconi, in rappresentanza della parte offesa, il piccolo Leo Pasqualone, uscito dalla tragedia con 77 giorni di prognosi e che oggi ha 11 anni, orfano di padre e madre. I difensori degli imputati, ovvio, hanno chiesto l’assoluzione per tutti perché il fatto non sussiste ed hanno depositato anche per iscritto le loro copiose discussioni. E, al riguardo, l’avvocato Pietro Petrella non le manda a dire. «Non esiste una delega di Regione Lombardia al Comune di Chiesa per il controllo dei corsi d’acqua – dice -, perché la delibera cui la Procura fa riferimento delega le Comunità montane, non i Comuni montani. Ma c’è di più, perché Regione Lombardia non ha mai conferito le risorse economiche ed umane per poter svolgere la delega. Come fa un Comune che ha a capo dell’ufficio tecnico un geometra a svolgere il controllo del territorio che è di competenza del geologo? Quindi, la Regione Lombardia ha fatto una legge che ha totalmente disatteso la legge nazionale e la Costituzione. E la Regione è grande assente, ma anche il presidente del Consiglio, perché il decreto legislativo che regolamentava la gestione delle deleghe diceva che se la Regione non avrebbe ottemperato, il Governo avrebbe dovuto emettere un decreto legislativo con potere sostitutivo e costringere la Regione a dare le risorse necessarie. Quindi sono stati tutti sordi e muti e sa la vanno a prendere col sindaco di un Comune di mille abitanti...».

Quanto alle parti offese hanno ascoltato le difese «che hanno svolto argomenti prevedibili e che non ci hanno convinti», dice l’avvocato Paolo Patacconi. Ricordiamo che il pm ha chiesto tre anni di reclusione per Petrella e Dioli, e due anni e sei mesi per gli altri imputati, mentre le parti civili hanno chiesto risarcimenti per quasi 10 milioni.

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