Cronaca / Valchiavenna
Sabato 31 Ottobre 2026
Val corta
quel filo
tra le alpi
e venezia
Il ritardo nel collegamento carrabile con il fondovalle (avvenuto solo a partire dalla metà degli anni ’60 del Novecento, grazie all’intervento dell’allora ministro Ezio Vanoni), ha fatto sì che la Val Tartano, suddivisa nelle due parrocchie di Sant’Agostino di Campo e in quella, più interna, di San Barnaba di Tartano abbia mantenuto alcuni significativi aspetti architettonici e ambientali e una identità culturale non ancora completamente omologata al fondovalle, come avvenuto invece in altre zone valtellinesi che si sono trasformate più rapidamente. Questa particolarità ha fatto sì che la tradizione contadina-pastorale non sia scomparsa del tutto e abbia anzi trovato nuove forze dedite ad alcune attività agricole tradizionali (allevamenti di vacche e capre) con prodotti di qualità e si sia mantenuta anche una resilienza sociale capace di creare iniziative di particolare importanza per il turismo locale e per un rinnovato interesse per la valle, come il ponte nel Cielo e l’Accademia della polenta. Diverse sono le strutture ricettive (alberghi, ristoranti, agriturismi e B&B) che offrono ospitalità per tutto l’anno, anche quando altrove gli alberghi chiudono. In questa sede vorremmo evidenziare le caratteristiche della Val Corta, oggi raggiungibile in circa due ore e mezzo da Milano, una delle due valli (l’altra è la Val Lunga) che costituiscono la diramazione terminale della Val Tartano verso la provincia di Bergamo. Si tratta di una valle orobica poco conosciuta e poco valorizzata in rapporto alla ricchezza del patrimonio storico, architettonico e ambientale in essa documentato e ancora particolarmente conservato.
Abitata dall’alto Medioevo
Il nome di questa valle non è legato alla sua conformazione fisica ma deriva da una antica accezione dei termini “corto” e “lungo”, in uso della Repubblica di Venezia nel XV secolo. Come scrive Alvise Zorzi nella sua storia della Serenissima, le famiglie che venivano ammesse nella cerchia degli aristocratici in tempi più recenti, erano dette “i Corti”, mentre le più antiche erano chiamate “I Lunghi”. A conferma di ciò sta il fatto che nella Val Lunga di Tartano è ancora oggi in vigore una istituzione che affonda le sue radici nella storia, Il “Consorzio degli Antichi Originari” o “Beni Premestini” che suddivideva tra i residenti i proventi di una grande estensione di beni comuni (boschi e pascoli). Di questi beni non potevano godere gli abitanti della Val Corta. In queste due valli abbiamo documentazione della presenza di un insediamento di molte contrade con residenza permanente, fin dall’alto Medioevo, con molte famiglie originarie dell’area bergamasche (Isola di Fondra) verso cui erano indirizzati i commerci dei formaggi degli alpeggi (in origine una trentina) al mercato di Branzi. Queste contrade erano particolarmente isolate (a quattro ore dal fondovalle valtellinese) e situate in un contesto ambientale molto difficile, in particolare d’inverno, su acclivi versanti tra i 1300 e i 1500 metri di quota, tra i più alti insediamenti permanenti della media Valtellina. Alla fine del ‘600 le contrade delle due valli erano 22 con 84 famiglie e 510 abitanti. In Val Corta le contrade sono 9, abitate da 31 famiglie per un totale di 185 abitanti. Ogni contrada raggruppava pochi nuclei di famiglie allargate ed era posta a mezza costa sui dossi, protetta dalle valanghe e dalle possibili alluvioni. La presenza di ruderi di antichi mulini evidenzia il fatto che alcuni cereali (segale, orzo) fossero coltivati e maturassero in alta quota, prima dell’introduzione della patata (avvenuta solo nei primi anni del XIX secolo.
La trama degli insediamenti storici, di impianto medievale, è ancora conservata, a partire dalla contrada Biorca, Gavedo, Dosso dei Fognini, La Foppa, Dosso di Bona, Bagini, Barbera, Bratta, Zoccada (la più alta e probabilmente la più antica, ora quasi completamente crollata). Una particolarità dell’architettura rurale è la presenza di molti esempi di edifici in legno con struttura a “block-bau” (travi incastrate) o a “canne d’organo” (con elementi verticali inseriti in un binario ligneo). Questi edifici (tutte stalle e fienili), diffusi in Val San Giacomo di Chiavenna e in alta Valtellina (Valfurva, Val di Rezzalo e Livigno) sono, con questa frequenza, un unicum per la montagna orobica. Essi nascono, a partire dal XVII secolo, per una esigenza di trasformazione residenziale legata all’inserimento della canna fumaria negli edifici residenziali. In epoca medievale prevale il sistema della “camera a fumo” e gli animali restano legati alla residenza. Nelle stalle si realizzano piccoli ambienti di soggiorno che sfruttano il calore animale. L’inserimento della canna fumaria permette la realizzazione di stufe (“pigne”) con accensione esterna al locale e creazione di locali più confortevoli, rivestiti di tavole di legno (“le stüe”). A seguito di questi miglioramenti ciò nacque la decisione di portare gli animali all’esterno della residenza, costruendo edifici appositi a breve distanza. Molte di queste strutture, veri monumenti di architettura rurale, sono datate sulla trave di colmo (XVII e XVIII secolo): purtroppo non sono tutelate e raramente se ne comprende il valore, una alla volta, sono pesantemente ristrutturate e diverse sono già scomparse.
Nella parte più alta, dopo gli ultimi insediamenti permanenti, la Val Corta si divide in due ulteriori rami: la Val di Lemma a sud-est e la Val Budria ad a sud-ovest. Qui una strada agricola collega gli alpeggi, ancora caricati di bestiame, di Lemma, Budria e Suna (a 1800 metri). L’isolatissimo alpeggio di Saroden si raggiunge solo a piedi in Val Budria: qui si producono ottimi formaggi tipo Bitto (di late intero) e ricotte. È il regno delle marmotte e degli animali selvatici. Queste diramazioni sono dominate dal silenzio, anche nei periodi di più intensa frequentazione turistica (che difficilmente arriva fin lassù). Con un sentiero ripido ma breve si possono ammirare, poco sopra la frazione Barbera, una serie di suggestive cascate naturali con ampie pozze create nella roccia dal continuo flusso dell’acqua del torrente e, con un ulteriore breve cammino, all’inizio della Val di Lemma, si può visitare l’orto botanico, curato e gestito dal Parco delle Orobie nella persona di Gilberto Parolo, ove si possono seguire, nelle varie stagioni, le evoluzioni di molte delle piante alpine più rare delle Orobie.
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