Cronaca / Tirano e Alta valle
Sabato 28 Febbraio 2026
Grosotto, l’addio commosso ad Alberto, giovane scialpinista ucciso da una valanga
La comunità riunita nella chiesa di Chiesa di Sant’Eusebio per salutare il 25enne travolto da una valanga sopra Cancano insieme a Marika Mascherona
Grosotto
Il cielo è terso, il sole brilla e le cime innevate delle montagne, incantevoli, attraggono proprio come in quelle giornate che gli scialpinisti adorano per la pratica dell’amata attività sportiva. Ma questa mattina nessuna cima poteva attrarli, portarli in un altro luogo rispetto a dove sono ora. L’appuntamento per tutti è a Grosotto per l’ultimo saluto al giovane amico Alberto De Maron, lo scialpinista del 2001 che ha perso la vita giovedì pomeriggio nelle cime sopra Cancano insieme all’amica Marika Mascherona.
Progetti e sogni di due giovani vite – 25 anni lui; 28 lei – portati via da una valanga. Quella neve che adoravano, che aveva dato loro tante gioie, questa volta invece ha deciso di tradirli, di prenderli con sé. Sono i suoi compagni di squadra dello sci Club Sondalo, società per la quale gareggiava, a portare il feretro. L’abbronzatura in volto ed il fisico asciutto sono il tratto distintivo di volti noti e meno noti che sono qui attoniti e dopo aver salutato Alberto nel pomeriggio hanno salutato anche Marika.
Tantissimi i giovani presenti a partire dai suoi coetanei del 2001 di Grosotto con i quali aveva condiviso tutte le tappe di un cammino finito troppo presto. Sono tanti giovani e tanti i compaesani guidati dal sindaco Antonio Sala della Cuna in fascia tricolore, a testimoniare che non si tratta di una tragedia che ha colpito solo la famiglia, ma l’intera comunità.
Folta anche la presenza grosina, paese natio di Lorenza, la mamma di Alberto. Ma nel momento di grande dolore si sono stretti attorno alla famiglia anche i colleghi di A2a di Alberto, quelli dell’Iperal di Sondalo di Lorenza e quelli dell’Areu, del Morelli e del pronto soccorso di Livigno, di papà Pio, infermiere di professione. Poi i colleghi del fratello e gli amici della sorella.
Le porte della chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio sono dovute restare aperte ed anche il sagrato è gremito. Il parroco don Ilario Gaggini che ha concelebrato col vicario don Simone Tettamanti si è rivolto ai giovani: «In un momento così nel quale è inevitabile che ci sia il dolore nel cuore di ognuno di noi non dobbiamo però pensare a quello che abbiamo perso, ma essere riconoscenti per quello che abbiamo avuto. E per un quarto di secolo abbiamo avuto Alberto. La fede va costantemente allenata così ci può aiutare nei momenti così difficili».
Don Ilario ha preso spunto dalla parabola della Resurrezione di Gesù da parte dell’evangelista Marco che parla del grande dolore per la morte di Gesù e del posizionamento della pietra sul sepolcro: «Marco ci parla del grande dolore e della preoccupazione delle donne per spostare la pietra. Anche oggi c’è un grande buio e c’è una pietra pesante che schiaccia il cuore; se il buio entra in noi il dolore diventa insopportabile per sempre – afferma il parroco –. Oggi siamo qui non solo per piangere e disperarci, non solo per portare vicinanza e conforto alla famiglia ma anche per capire qualcosa. Di fronte alla pietra sul sepolcro possiamo avere disperazione o fiducia. La disperazione permette che quella pietra mi schiacci sempre; invece se vediamo un barlume di luce, se c’è fiducia in Dio, allora cambia tutto».
È stato un dialogo quello del sacerdote con i fedeli: «A che cosa serve l’amore ricevuto se tutto è cancellato dalla morte? Quel che è capitato ad Alberto non può lasciarci come prima, deve farci crescere. In questo momento deve crescere la riconoscenza per avere avuto un figlio, un fratello, un amico per un quarto di secolo. Siamo creature che non possono finire nel nulla perché amate tanto da Dio».
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