Ai tempi di Coppi e Bartali, s’era fatto strada il ciclista Luigi Malabrocca da Garlasco (tranquilli magistrati e media affamati, consunti è morto nel 2006) che inseguiva la maglia nera del Giro d’Italia destinata a chi occupava l’ultimo posto in classifica. Divenne famoso e per anni quel simbolo gli garantì un premio in denari che gli permise di comprar casa. Se incontrava qualche corridore più scarso di lui si nascondeva nei bar per assicurarsi il fanalino di coda.
Ora nel gruppetto dei cinque candidati sindaci non c’è nessun fuoriclasse come Coppi né una schiappa come Malabrocca.
Intendiamoci: Mauro Gattinoni e Filippo Boscagli puntano alla maglia rosa, Mauro Fumagalli gioca il ruolo del terzo incomodo, pronto ad essere determinante in caso di ballottaggio, mentre Giovanni Colombo e Francesca Losi sono i mandatari degli ex bossiani di rango, Lorenzo Bodega e Roberto Castelli, entrambi delusi dalla deriva salviniana, ma che da lustri e lustri non bevono un caffè insieme. Mi chiedo ancora come non abbiano trovato un pretesto per schierarsi nel centrodestra e portare acqua a quell’area che è il loro brodo di coltura.
A due settimane dal verdetto, con l’allegra brigata dei miei colleghi di ventura, abbiamo spulciato qualche voce dei programmi elettorali per provare a capirne di più, magari suscitando la curiosità se non la seduzione di qualche elettore. Gattinoni si compiace in ogni occasione di una Lecco che cresce, protegge, respira e ispira, ma quando i lecchesi escono di casa, imboccano il ponte Kennedy e sono costretti a boccheggiare per i fumi di scarico delle auto incolonnate. La sua forza resta la parlantina, ma dopo sei anni di governo molti si chiedono se la città reale abbia tenuto il ritmo della sua retorica. Più storytelling che asfalto, nonostante i cantieri aperti in ogni dove, a Pasqua e Natale, di dì e di notte.
Boscagli, da pendolare doc, conosce orari e ritardi meglio di un capotreno di Trenord. Eppure il suo modello di città sembra ancora profondamente automobilistico: parcheggi, ponti, corsie, flussi, viabilità. La bici compare, ma quasi chiedendo permesso. La sensazione è quella di una Lecco ordinata e pragmatica, dove però l’auto resta il vero cittadino onorario.
Fumagalli mostra di conoscere dossier, numeri e problemi concreti. Sta facendo un corso accelerato per stare al passo. Ma quando prova a emozionare, il risultato resta un po’ notarile. La competenza c’è, l’epica latita.
Colombo rappresenta il caso più curioso. Sfegatato sportivo e con la divisa della Lega come seconda pelle, mai me lo sarei aspettato in un ruolo estraneo alle sue ambizioni di eterno gregario e di fatto ‘zerbinato’ al centro sinistra, dopo averlo avversato per la sua intera esistenza.
Infine Francesca Losi. Invoca la città manzoniana, il buon senso lombardo, l’identità lecchese. Ma proprio qui sta il pericolo : Lecco ama Manzoni finché resta scolpito nel bronzo o stampato sui dépliant. Appena qualcuno prova davvero a incarnarne il peso simbolico, la città diventa severissima. Perché a Lecco il manzonismo funziona come i Promessi Sposi al liceo: tutti dicono di amarlo, ma appena si entra nel dettaglio iniziano gli sbadigli e le critiche. E poi arriva il preside-ministro Valditara che vorrebbe metterlo all’indice.
Un po’ per celia, un po’ anche perché i programmi si somigliano troppo, resto convinto che non saranno i contenuti a fare la differenza, bensì chi saprà accendere e stupire nei prossimi 15 giorni, non con fuochi d’artificio, ma con quella luce che brilla negli occhi dei lecchesi quando possono guardare i cantieri chiusi, ponendo fine alla sequela di annunci, rinvii, ritardi dei quali troppo spesso gli amministratori non si preoccupano di darne ragione. Concordiamo con don Luigi Sturzo quando sosteneva che i tombini li sanno fare bene anche i monarchici e di sicuro ogni volta che invochiamo concretezza non intendiamo appiattirci su una politica da bottega ma vorremmo che i progetti si conciliassero con le opere, con i tempi, con le risorse. E se proprio dobbiamo definire una fisionomia della città noi la vorremmo a misura d’uomo, di donna, di anziano, di bambino, di disabile. Anzi, di lecchese.
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