Vittoria referendum: l’effetto è già finito

A me pare che la mongolfiera referendaria si stia già sgonfiando e provi ad atterrare laddove urgono e incalzano le questioni piccole e grandi del quotidiano.

Il trionfo del No e la batosta del Sì non sono destinati a incidere (e tanto meno decidere) sul futuro del Paese. Anche perché se così non fosse dovremmo cominciare a fare dei distinguo che vanno ben oltre la separazione delle carriere.

Una partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa? Certamente ma anche un Paese spaccato a metà proprio intorno a una modifica della Costituzione che dovrebbe essere la carta unificante per eccellenza. Anzi, per definizione. E come archiviare la contrapposizione tra Nord e Sud, sfuggendo a un’analisi sociologica del voto, scomoda per chi s’accontenta di misurare il consenso con le tabelline, mentre non bastano i logaritmi?

Da sempre diffido, per principio, dei quesiti referendari in genere specie quando i tecnicismi prevalgono sui sentimenti. O, come avrebbe detto Umberto Bossi, con “l’idem sentire”.

Provate a dare un’occhiata alla sequenza di referendum post 1946 e tornerà semplice trovare conferma. Divorzio e aborto erano un territorio familiare (letteralmente) per ciascun cittadino, chiamati com’erano a scavare nella vita intima delle persone, a scandagliare convinzioni individuali, a connettere fede e laicità, scelte individuali e ragioni sociali.

Uno studioso di quella stagione ricordava che spesso a orientare la matita valesse di più il peso del portafoglio (anche per saldare le spese legali) rispetto a tradizioni secolari e alle metamorfosi di un mondo che s’andava modernizzando.

Voglio dire in sostanza che sarebbe utile evitare contaminazioni pretestuose e azzardare scenari futuri in base a un pronunciamento che non può aver la pretesa di mettere la pietra miliare o una pietra tombale su una questione come quella della giustizia che da lustri e lustri reclama interventi chirurgici, di sistema e non può limitarsi a terapie quando ormai si sa che i virus si moltiplicano alla velocità della luce.

State certi che il delitto di Garlasco, che scandalosamente sta occupando quasi il 20 per cento dei talk televisivi, non avrebbe cambiato il suo corso in base al prevalere del sì o del no e la famiglia nel bosco non troverà pace grazie a Maurizio Landini.

Anche obbedendo al mio ruolo in quest’azienda, non posso esimermi dal cercare e trovare appigli sulla parete insidiosa delle prossime elezioni comunali di Lecco. La fotografia referendaria non presenta immagini in dissolvenza, bensì nitide pur nelle contraddizioni. Per capirci: il sì in città ha vinto con 12.278 voti. Il No sì è fermato a 11.817. Raffrontati ai risultati del ballottaggio che consegnò la fascia di sindaco a Mauro Gattinoni per 31 voti, i numeri sono in crescita su entrambi i fronti, più marcati quelli a favore della riforma.

Il bacino di voti extra bipolarismo coincide alla somma dei consensi ottenuti al primo turno dal civico Corrado Valsecchi e da Silvio Fumagalli, candidato dei Cinquestelle. Ricordiamo che Appello per Lecco, non a caso, fu determinante nel ballottaggio. Se c’è materiale buono per costruire un’ipotesi non spannometrica, vien da dire che gli assi della partita li ha in mano quella platea di elettori non ascrivibili, in senso stretto, al centrodestra e al centrosinistra.

Se si può capire qualche euforia della prima ora sull’esito del referendum, sarebbe imperdonabile l’errore di chi si presentasse agli elettori, nelle ultime settimane, col petto in fuori come un centurione romano senza tener conto che le ragioni del voto referendario sono durate lo spazio di un week end e che per fine maggio, mese delle rose, sarà un fiorir di spine per chi non si sia dedicato pancia a terra e testa lucida a una campagna che può dare vita a una rinascita della città, ma può anche decretarne la sua caduta in un grigiore indistinto che farebbe a pugni con il dinamismo dei lecchesi, lavoratori ingegnosi, instancabili e per nulla propensi ad alzare la mano su comando.

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