Frontalieri, il 48% perde potere d’acquisto e oltre la metà denuncia discriminazioni

Una buona retribuzione non basta a garantire benessere ai lavoratori frontalieri. Lo rivela un’indagine condotta su 1.542 italiani occupati in Svizzera da Cisl e Ocst

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Sondrio

«Una buona retribuzione resta importante, ma non esaurisce i bisogni di chi lavora oltre confine». È in sintesi quanto emerge dall’analisi dei 1.542 questionari completi raccolti nel maggio scorso presso altrettanti lavoratori italiani in Svizzera, dai rappresentanti sindacali di Cisl Sondrio, Cisl dei Laghi, Cisl Piemonte orientale e Ocst, Organizzazione cristiano sociale ticinese. Obiettivo quello di scandagliare le condizioni di lavoro oltre frontiera e di approfondire il tema dei bisogni e delle prospettive dei lavoratori gettando lo sguardo oltre il dato retributivo in se.

Per comprendere, come si evince dalla ricerca «che il 73% degli intervistati è soddisfatto del proprio salario, ma il 48,4% dichiara che il potere d’acquisto è diminuito – dicono le parti sindacali -. Oltre la metà degli intervistati poi dichiara di subire una discriminazione retributiva rispetto ai lavori residenti in Svizzera e impiegati nello stesso ruolo e il 42,7% degli intervistati segnala altre forme di discriminazione legate alla condizione di lavoratore frontaliere. Ancora, quasi sei lavoratori su 10 si dicono insoddisfatti delle misure di welfare aziendale e il 44,2% fatica a trovare un equilibrio soddisfacente fra vita privata e lavoro».

Nel dettaglio dei risultati dell’indagine si entrerà sabato, 24 ottobre, nel convegno in programma dalle 9.30 alle 12.30 al Centro congressi “Ville Ponti” di Varese, che verrà aperto da Dino Perboni, segretario regionale Cisl Lombardia, seguito dalla presentazione vera e propria dei dati in capo a Francesco Girolimetto, direttore di Bibliolavoro. Seguiranno due tavole rotonde e nella seconda interverranno anche Marco Contessa, responsabile nazionale frontalieri Cisl, Massimo Sertori, assessore regionale alla Montagna, e Luca Della Bitta, sindaco di Chiavenna, mentre le conclusioni dei lavori saranno affidate a Mattia Pirulli, segretario confederale nazionale Cisl.

Otto le aree tematiche scandagliate fra differenze di genere, potere d’acquisto che arretra, discriminazioni connesse al frontalierato, assenza di politiche di welfare aziendale, costi del pendolarismo, scarso ricorso al telelavoro, conoscenza del sistema previdenziale e sanitario svizzero, formazione sul luogo di lavoro, ed eventuale predisposizione al trasferimento in Svizzera. E dall’analisi di queste variabili si evince che «il salario è solo una delle dimensioni associate alla soddisfazione lavorativa», dicono dalle parti sindacali, sulla quale pesano anche formazione, welfare aziendale, riconoscimento professionale, spostamenti lunghi e mancanza di copertura contrattuale.

Con riguardo alla retribuzione, ad esempio, le donne sono più presenti nelle fasce salariali più basse. Il 24,5% delle lavoratrici dichiara meno di 3mila franchi lordi al mese contro l’8,2% degli uomini. All’opposto, percepisce almeno 5mila franchi lordi il 41,1% degli uomini rispetto al 22,2% delle donne, laddove il tempo pieno riguarda l’85,3% degli uomini e il 51,1% delle donne. Oltretutto, per quanto il 73% degli intervistati si dica soddisfatto o molto soddisfatto del proprio salario, a fronte del 44,7% che segnala una crescita della retribuzione negli ultimi anni, c’è un 48,4% che dichiara una diminuzione del potere d’acquisto. Di più, il 55,6% ritiene di percepire un salario inferiore a quello di un residente in Svizzera in mansioni analoghe e c’è una sovrabbondanza di intervistati, il 63,4% non coperti da un contratto collettivo di lavoro. C’è poi un 42,7% degli intervistati che segnala discriminazioni in quanto frontalieri.

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