Bettino Craxi - personaggio di dimensione storica che ha interpretato almeno tre momenti da vero statista: scala mobile, Concordato, Sigonella - sosteneva di non aver mai incontrato nella sua vita un moralista onesto.
E aveva ragione. Facile ricordare tutti i suoi guai giudiziari, quelli veri e quelli presunti, come d’altra parte sarebbe facile ricordare quelli di Giolitti, a partire dallo scandalo della Banca Romana, o di tanti (tutti?) altri padri della patria, Churchill compreso. Ma la politica, quella vera, quella che si scontra con quella che Machiavelli - non a caso il fondatore della scienza politica e della sua autonomia dalla religione e dalla morale - chiamava la “verità effettuale” e che su un livello molto più basso, ma estremamente efficace un vecchio lupo del palazzo come Rino Formica aveva sintetizzato nel celebre aforisma “la politica è sangue e merda”, è esattamente questa cosa qua.
Questo è ciò che sanno gli adulti, le persone che si sono affrancate dalle fanfaluche liceali e dalle ridicole demagogie gruppettare che tutti, in giovane età, in diversa maniera attraversano e sperimentano. È un po’ come un virus, come il Covid: lo prendi, ti immunizzi, lo spurghi. E poi affronti l’esistenza per quello che è. Altrimenti interpreti il ruolo del reduce di “formidabili quegli anni” e ti copri di ridicolo per il resto della vita.
È per questo motivo che il pasticciaccio brutto del celebre giornalista Sigfrido Ranucci e del celebre traffichino Walter Lavitola, una delle spy story più spassose e grottesche e comiche e “italiane” nel senso più profondo del termine ci siano state regalate negli ultimi anni, è così istruttivo, così educativo, così pedagogico. Al di là di come si svilupperà l’indagine con i tutti i suoi veleni attentatori, tutte le sue miserie miserabili e tutti i suoi rigagnoli bavosi, la cosa impagabile è vedere sul palcoscenico, in prima serata, sotto i riflettori l’Italia, anzi, l’Italietta benpensante e manettara lasciata in mutande, esposta al ludibrio, messa alla berlina con la sua doppia e tripla morale, pervicacemente esibita e ululata quando bisogna diffamare gli altri, generalmente quelli di destra, ma anche quelli della sinistra moderata che, come noto, per quelli della sinistra antropologicamente superiore sono peggio di quelli di destra, e adesso invece, beccata con le dita nella marmellata, ridotta a farfugliare, a minimizzare, a troncare, a sopire, a cincischiare. A sbianchettare.
Quanta purezza esibita in questi decenni dal giornalismo dei migliori, tutto allusioni e collusioni e sospetti e lunghe mani e massoneria - massoneria! massoneria! – e occhiatacce e ditini alzati e questo non è opportuno e questo non si fa e quello non si frequenta e conflitti di interesse e trame segrete e ombre e clientele e voti di scambio e appoggi esterni alla malavita e tutto il resto del repertorio moralista, moralistico e moraleggiante esibito in ogni occasione da chi è interprete e sacerdote e ventriloquo della Verità, della Castità, della Probità, della difesa sempre, ovunque e comunque dei poveri, dei derelitti, degli inermi, degli umiliati e degli offesi. Mentre dall’altra parte ci sono tutti gli altri. E cioè i ladri, i corrotti, i corruttori e naturalmente - potevano mai mancare? - i fascisti, i sessisti, i razzisti, i qualunquisti che loro, i puri di cui sopra, mai e poi mai si permetterebbero di nominare e tanto meno di frequentare.
E poi, invece, come sempre nella vita reale di Machiavelli così come in quella di Formica così come nel giornalismo serio e non ideologico, ti becchi il Grande Cronista Moralista regolarmente attovagliato con il Grande Malandrino Bombarolo che se la ridono e se la spassano e mangiano e bevono e si scambiano informazioni e sono amici fraterni e tutto il consueto pateracchio di relazioni vischiose, omertose, opache che fanno parte del mestiere del cronista d’inchiesta - scusate, la celeberrima “gola profonda” del caso Watergate era una suora di clausura, un’anima pia, una mammoletta da feuilleton? – e che basterebbe onestamente ammettere. Perché fa parte del gioco. E invece questi qui tutti a catoneggiare, a salmodiare, a trombonare sulla loro diversità, sulla loro purezza, sulla loro indignata indignazione nei confronti di questo paese corrotto, marcio e infetto che sempre loro penseranno bene di ripulire. Per poi farsi ribeccare a scofanarsi la frittura di paranza assieme a quelli a cui dovrebbero teoricamente dare la caccia.
Che ridicoli. Che patetici. È da Manipulite che va avanti questa farsa, da quando il Giornalista Collettivo Nazionale - pulcioso, cisposo e forforoso - ha deciso di interpretare il ruolo del santone, del missionario, del moralista appunto, e di mettersi sul piedistallo della lotta alla corruzione assieme a quel tale che ai tempi era l’eroe di Tangentopoli, dimenticando fatterelli quali la scatola da scarpe per la restituzione in contanti di un prestito a tasso zero contratto con un faccendiere del suo distretto investigativo o come la grande amicizia con un altro super faccendiere legato al giro Craxi, che però era il Cinghialone da abbattere tra gli ululati e la demagogia rutilante di quell’Italia fuori di testa.
Non c’è niente da fare. La verità più profonda dell’affaire Ranucci-Lavitola è l’ennesima conferma che quella che va in scena è solo una commedia delle parti, un vaudeville scalcagnato nel quale la divisione tra destra e sinistra, tra giustizieri e delinquenti, tra maestri di pensiero progressisti e beceri reazionari è tutta una pagliacciata, una recita, un teatrino dei pupi. Questi, come diceva ai tempi d’oro Pannella riferendosi alla Dc e al Pci, litigano di giorno e poi si mettono d’accordo di notte. Questi si conoscono tutti. Si frequentano. Bisbocciano. Se la ridono. Perché la vera differenza non è affatto tra destra e sinistra, ma tra quelli che sanno come si fa a stare al mondo (loro) e quelli che non contano una mazza (noi). Ditelo ai cervelloni di Report.
@Diego Minonzio
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