CAMPO LARGO UCRAINA rebus da risolvere

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Le cinque diverse mozioni parlamentari del centrosinistra sul tema delle guerre e del riarmo, sia pure attenuate da astensioni reciproche, ma ancor più gli applausi a Meloni sul passaggio riguardante l’Ucraina di una pattuglia di senatori dell’opposizione, spiegano bene le difficoltà di apertura del tavolo di programma elettorale di chi si candida a governare. Un rebus difficile da sciogliere con le solite frasi generiche, anche perché Giuseppe Conte ha già messo i piedi nel piatto, blindando, con un voto del 91,7% in apposita assemblea, la contrarietà «radicale» all’invio di aiuti all’Ucraina. Tanto la guerra la chiuderà lui personalmente, in stile Trump. Sensi e Quartapelle hanno definito «vile» tanta ostentata rottura della linea che tutta la sinistra europea, a cominciare dai laburisti britannici con tre diversi premier, ha sempre appoggiato. Tant’è che, cessato l’aiuto americano, l’Ucraina è stata aiutata quasi solo dall’Europa e da volonterosi sparsi nel mondo, embrione forse della nuova Nato necessaria. Nel frattempo, è spuntata solo una mediazione di Goffredo Bettini, suggeritore pensante del partito della Schlein, ma palesemente orientato al sostegno di Conte, per tentare di anticipare il compromesso «alto» promesso. La sua proposta è quella di una tregua sulla linea del fronte, di una fascia smilitarizzata garantita da truppe Onu e di una collocazione dell’Ucraina nell’Ue ma non nella Nato (tutte cose in verità già dette senza risultato). Il tutto in un quadro che dà per scontata la perdita di un 20% del territorio, anche quello non conquistato in questi lunghi anni dai russi e dai mercenari coreani. Accettare metà del «progetto Putin» non sembra in realtà un gran compromesso, né convince la segretaria, quando suggerisce che nella fase in cui si negozia la tregua, si possono fornire all’Ucraina armi «difensive» (insomma: cessate il fuoco con bombe). Sarà questo il punto di caduta? Ne dubitiamo, visto anche il secco riscontro negativo di Conte. Un dubbio rafforzato dal ragionamento che Bettini ha posto in premessa, e cioè che ci sarebbe stata una colpa Ue e Nato che ha dato fiato a Putin: «Portare la Nato ai confini della Russia è stato un grave errore». Insomma: il Cremlino resta un aggressore, ma bisogna anche capirlo, perché non si è tenuto conto «delle condizioni spesso drammatiche della popolazione russofona del Donbass», e - ultima cattiveria di Bettini - si è dipinto Zelensky come un simbolo universale in realtà «poco credibile» di libertà. È di fatto l’ultima rappresentazione di Trump, che vuol comprare diesel russo per finanziare i russi e arrivare alla rimozione del leader ucraino perché ostacolo oggettivo alla pace e troppo impegnato a bombardare raffinerie in risposta ai bersagli civili colpiti a Kiev. Bettini liquida in realtà la storia recente del Pd, perché l’estensione dell’Europa fino ai confini della Russia è stata una scelta politica proprio di questo partito, da Massimo D’Alema al venerato Romano Prodi nella duplice veste di presidente a Bruxelles e di premier in Italia. L’allargamento alle Repubbliche baltiche (tra le possibili prime vittime della guerra ibrida e vera) fu condiviso dal governo Berlusconi, ma - udite udite - con il voto favorevole del centrosinistra, in realtà un momento buono della nostra storia politica. Ma Bettini ce ne ha anche per Berlinguer, pensate un po’. Pur di ammonire Zelensky perché non può lamentarsi del fatto che la geopolitica secondo lui lo condanna a stare con la Russia, arriva a dire che a Berlinguer «fu impedito di concludere un’intesa di governo con Moro e la Dc». Da chi? Dalla Nato e dagli Usa? Una rilettura singolare della fine del compromesso storico: secondo Bettini la Nato più che le Brigate Rosse, avrebbe spezzato il sogno, non l’esitazione fatale del partito su una strada di rinnovamento prima intrapresa e poi abbandonata e rinviata fino alla svolta della Bolognina. Troppo tardi. Insomma, più che con Putin e non certamente con Conte, il machiavelli di Trastevere ce l’ha con Schlein, perché non stia troppo a sentire i riformisti interni.

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