Una delle regole non scritte della politica è diffidare di chi ostenta troppa fedeltà ai simboli di partito. Solitamente è il tratto distintivo di chi intenda accattivarsi le simpatie dei capibastone con una lealtà prona più ai personalismi che alle idee. Oppure, peggio ancora, di chi non possiede la necessaria visione strategica per declinare i propri ideali alla luce dei mutati contesti politici.
Però c’è una linea che non si può oltrepassare: il rispetto verso gli elettori. O meglio, verso l’intelligenza degli elettori. Altrimenti non si parla più di politica, quanto invece di un bazar di nomine e voti, di un caravanserraglio di conflitti personali e pura autoreferenzialitá.
Il caso Paolo (e Pietro) Fiocchi dentro FdI e nel centrodestra lecchese trascende - ovviamente agli occhi di chi scrive (il che, quindi, conta quel che conta) - tale linea.
Diamo una breve ricostruzione, a beneficio dei lettori. Paolo Fiocchi, figlio dell’europarlamentare Pietro Fiocchi, si candida alle elezioni comunali di Lecco con FdI. Grazie a una personale verve comunicativa (che gli va comunque riconosciuta) e a una quota di risorse superiore a quella di qualunque altro candidato consigliere (compresa una sede elettorale di fatto a propria disposizione), il giovane Fiocchi conquista oltre 400 preferenze. Bene, bravo. Buon risultato anche per la corrente interna a FdI che comprende appunto Fiocchi senior, e anche Dario Pesenti e Matteo Manzoni, rispettivamente sindaci di Morterone e Crandola. Fronda che, a dirla proprio tutta, aveva provato a contrastare la candidatura di Boscagli poco prima dell’imprimatur da Roma dello scorso marzo. Ma tant’è. Qualche giorno dopo la vittoria di Boscagli, Fiocchi senior telefona al neo eletto sindaco: vorrebbe Paolo Fiocchi in giunta o capogruppo, e Dario Pesenti assessore. I toni, però, non sarebbero stati particolarmente concilianti e, a quel punto, sarebbe arrivato il niet di Boscagli, già convinto di non voler imbarcare in giunta assessori esterni.
È evidente che la truppa stesse già tessendo da tempo la propria speciale relazione con il generale, ma il caso lecchese finisce con il rappresentare il giusto pretesto per rompere gli indugi e gli ormeggi: Fiocchi junior annuncia il proprio passaggio alla corte di Vannacci proprio nel giorno del primo consiglio comunale dell’era Boscagli. Ma è l’intera corrente, ormai è chiaro, a compiere (o a prepararsi) al trasloco in Futuro Nazionale.
Ora, qui nessuno si scandalizza, sia chiaro. La politica è quel campo delle cento pertiche seminato di ideali, virtuosismi lessicali, ambizioni, slogan e narcisismi patologici nel quale tutto diventa plausibile e possibile solo un istante dopo essere diventato reale.
Ma c’è quella famosa linea di rispetto verso gli elettori. E se fai una campagna elettorale sotto le insegne di un partito, non esci sbattendo la porta per non aver avuto un posto in giunta o un ruolo da capogruppo. Altrimenti la politica diventa il banco del pesce del supermercato. E il servizio verso i lecchesi un bel trancio di cernia da sbattere sulla bilancia delle proprie ambizioni.
Per carità, non è l’unico mistero maturato prima e durante il primo consiglio comunale del nuovo mandato.
Ad esempio, è un mistero anche il titolo che avrebbe un singolo consigliere a tuonare minaccioso verso storici ex consiglieri, ora assessori, e chiedere a gran voce il rispetto della Costituzione, quasi si trattasse dei peggiori rappresentanti dell’eversione profonda degli anni di piombo.
Post scriptum. Anche senza la prosopopea di certi Soloni, chi scrive è perfettamente consapevole del fatto che Vannacci stia occupando spazi vuoti nel mosaico politico e che abbia appena iniziato una cavalcata che lo porterà ben presto in doppia cifra e in posizione strategica nella galassia conservatrice. Ma questo fondo non tratta di lui. Tratta della decenza che devono ispirare luoghi e cariche pubbliche, dell’inopportunità di trattarli alla stregua di merce di scambio. O, almeno, di farlo con un minimo di pudore.
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