Editoriali
Domenica 26 Luglio 2026
Dai compagni che sbagliano, ai compagni che menano
Dai compagni che sbagliano ai compagni che menano. Nell’atmosfera circense che permea ormai da diverso tempo il mondo dell’informazione e che vede due curve di ultras fronteggiarsi nei talk show ad altissimi livelli culturali – “è tutta colpa degli sbirri!” vs “è tutta colpa dei negri!” – c’è ancora qualcuno che non ha portato il cervello all’ammasso.
In un corsivo pubblicato qualche giorno fa da “Il Fatto quotidiano” e naturalmente passato sotto silenzio, o quasi, un cronista di razza come Antonio Padellaro, assolutamente non sospetto di simpatie destrorse e in particolare per il governo Meloni, così come il quotidiano che ha diretto in passato e del quale è ora prestigioso editorialista, ha scorticato la cosiddetta sinistra all’opposizione sulla guerriglia avvenuta a Bologna durante la manifestazione indetta dal sindaco Lepore dopo la tragica morte di Abderrahim Fakir tra le mani della polizia. E più in generale sulla posizione imbelle, inetta, fanghigliosa e ipocrita che tutte le opposizioni di sinistra, 5 Stelle inclusi, hanno sul tema della sicurezza e sulle violenze ripetute, reiterate e soprattutto pianificate degli estremisti di sinistra. Ci voleva proprio uno che arriva dalla scuola del Pci per prendere a ceffoni l’insopportabile doppiopesismo, l’irritante tartufismo di Schlein, Conte, Fratoianni&Bonelli su un tema sensibilissimo grazie al quale si vincono o si perdono le elezioni. Che infatti da quelle parti perdono sempre. O quasi sempre.
Padellaro ha rimarcato come anche questa volta le reazioni dei sedicenti leader di sinistra alla guerriglia urbana e alle devastazioni compiute da gruppi violenti che hanno approfittato della manifestazione indetta (incautamente) dal sindaco della città a sostegno della famiglia dell’uomo morto in circostanze ancora tutte da valutare, ma che presentano inquietanti zone d’ombra, siano state generiche, reticenti o addirittura del tutto assenti. E che sia tornata per l’ennesima volta a galla la tentazione di sbrigare rapidamente la pratica dicendo che quella è l’opera dei soliti “quattro imbecilli” che niente hanno a che fare con le persone per bene che affollavano la piazza e bla bla bla, stupidaggine smentita dai recenti fatti di cronaca, basti ricordare l’assalto organizzato alla redazione de “La Stampa”, ai cantieri della Tav e agli innumerevoli cortei flotilleri e Pro Pal, che rigurgitano razzismo e antisemitismo da tutti i pori e che oltretutto, visti dal mondo a cui il giornalista appartiene, non fanno altro che portare acqua e argomenti alla propaganda della destra e a sviare l’attenzione dallo Stato nelle cui mani è morto Fakir al sindaco, che nulla c’entra con quella tragedia. Complimenti, il solito autolesionismo tafazziano dei rivoluzionari in servizio permanente effettivo.
Il tema vero, quello profondo, quello storicamente e culturalmente devastante, è il riemergere dell’eterno retaggio antropologico dei “compagni che sbagliano”, che accompagna la storia della sinistra italiana dalla stagione degli anni di piombo. Ora, naturalmente, siamo in un periodo del tutto diverso e non accostabile a quello, ma la deformazione mentale è la stessa. Così come allora per anni la sinistra ha rifiutato il fatto che le Brigate Rosse fossero un prodotto perverso della sua storia e della sua cultura e c’era voluta una personalità di rilievo come Rossana Rossanda per dire che le Br appartenevano al cosiddetto “album di famiglia” della sinistra e che quindi erano roba sua e che tutte le teorie complottiste sui brigatisti pupazzi eterodiretti dai mitologici servizi segreti deviati o da chissà quali potenze straniere erano una sequela di scemenze, benché sostenute da celeberrimi intellettuali da terrazza e da autorevolissimi giornalisti da salotto che, nascosti dietro le siepi di evonimo della loro ipocrisia, su queste panzane hanno costruito formidabili carriere, oggi allo stesso modo i sedicenti statisti progressisti non accettano l’idea che i picchiatori delle piazze siano frutto della loro cultura e della loro storia.
Ai tempi ci volle l’assassinio dell’operaio Guido Rossa per far dire finalmente al Pci che le Brigate Rosse erano i suoi nemici, anzi, i suoi nemici mortali, proprio perché figli degeneri della sua identità, ora non si capisce cosa aspettino i sedicenti statisti di Pd, 5 Stelle e Avs a dichiarare le stesse identiche cose. E cioè che i guerriglieri di Bologna e gli squadristi della “Stampa” e della Tav e i facinorosi razzisti che ingorgano le manifestazioni su Gaza e che impediscono a chi non la pensa come loro di parlare nelle scuole e nelle università non solo sono dei violenti da isolare, da denunciare e da perseguire, ma pure i pericoli primari di uno schieramento che vuole battere la destra e andare al governo. Magari una volta tanto attraverso il voto popolare e non tramite i giochetti di palazzo.
Bene, fino a quando questo nodo non verrà sciolto e questo fariseismo melmoso non sarà spazzato via da una classe dirigente coerente e coraggiosa ogni manifestazione degenerata non farà altro che spostare i moderati e le persone normali, le persone comuni, che con la sicurezza hanno a che fare ogni giorno, soprattutto nei quartieri meno alla moda, verso il fronte opposto, Generalissimo compreso. Che è esattamente quello che è successo nei primi anni Venti del secolo scorso: è stata la demagogia stracciona e parolaia, la minaccia di esproprio proletario, di abolizione della proprietà privata, di dittatura comunista (e quelli erano comunisti veri, quelli che mangiavano i bambini, non le macchiette di oggi) a spingere intere masse di piccoli proprietari e di classe media nelle braccia del fascismo, che è stato visto di gran lunga come il male minore rispetto alla Repubblica dei Soviet.
Cento anni fa è stata una tragedia. Oggi è una farsa. Ma intanto questi menano e il tema rimane sempre lo stesso. Quando la sinistra diventerà finalmente adulta? Ci vorrà un altro Guido Rossa per farle suonare la sveglia una volta per tutte?
@Diego Minonzio
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