Per decenni il capitalismo americano è stato ritratto come il regno della concorrenza, del merito e della neutralità delle istituzioni. Nelle università americane veniva insegnato che lo Stato avrebbe dovuto limitarsi a garantire le regole del gioco, lasciando che il mercato distribuisse ricchezza e opportunità. Era il mito dell’economia svincolata da ogni regola, sostenuto da Wall Street e legittimato da una parte importante dell’establishment che nella deregolamentazione individuava la via maestra della crescita. La crisi finanziaria del 2008 demolì quella narrazione. Il fallimento di Lehman Brothers disvelò, infatti, il grande inganno della deregulation e degli strumenti finanziari adoperati. Quando i segnali del collasso erano ormai evidenti, né il governo, né le autorità di vigilanza vollero intervenire con decisione. Il risultato fu una delle più gravi recessioni della storia contemporanea: milioni di cittadini americani persero il lavoro, la casa e i risparmi, mentre le grandi istituzioni finanziarie furono salvate con il denaro pubblico.
Le conseguenze investirono rapidamente anche l’Europa, inaugurando una lunga stagione di crisi economica e sociale. L’arrivo di Donald Trump segna un salto di qualità del capitalismo americano. Se il 2008 aveva mostrato il potere della finanza sulle istituzioni, oggi appare sempre più labile il confine tra potere economico e potere politico, tra interesse pubblico e interesse privato. Si ponga mente a questo dato. Dalle dichiarazioni patrimoniali presentate dal presidente Trump all’ “Ufficio per l’etica del governo” si evince una crescita impressionante della ricchezza familiare. I guadagni dichiarati per il 2025 superano i due miliardi di dollari, contro i circa seicento milioni dell’anno precedente. Le fonti di reddito dell’impero familiare risultano molteplici: immobili, marchi commerciali, prodotti di merchandising, accordi economici e, finanche, risarcimenti ottenuti in controversie giudiziarie con organi di stampa. Ma la componente più rilevante proviene dalle attività nel settore delle criptovalute.
Secondo quanto riportato da Reuters (e ripreso dal “Fatto quotidiano”), oltre un miliardo di dollari deriverebbe dalle iniziative finanziarie della famiglia Trump nel comparto crypto. La vendita dei token di World Liberty Financial avrebbe generato centinaia di milioni di dollari, a fronte delle ingenti perdite, subite da molti piccoli investitori, causate dal crollo del valore dei token. Se questi dati sono corretti, emerge una contraddizione difficilmente conciliabile con l’idea di un mercato equo: enormi profitti privati si accompagnano a perdite diffuse tra investitori privi del medesimo potere informativo e politico. Anche il portafoglio azionario del presidente solleva interrogativi importanti. Tra le partecipazioni della famiglia Trump, figurano quote consistenti di società come Microsoft, Apple, Amazon, Broadcom e Nvidi, imprese sulle quali l’amministrazione esercita un’influenza significativa attraverso politiche industriali, regolamentazione, appalti e relazioni commerciali internazionali. Con l’avvento di Donald Trump, pertanto, risulta evidente che stiamo assistendo a una forma inedita di intreccio tra grandi corporation e amministrazione pubblica. Risulta chiaro che, all’interno del capitalismo americano, si è rotto qualcosa. Per decenni è stata celebrata la favola del mercato capace di autoregolarsi.
Oggi, di contro, assistiamo a un mercato in cui i soggetti economicamente più potenti possono influenzare direttamente le istituzioni che dovrebbero controllarli. Siamo davanti ad una rivoluzione silenziosa che ha capovolto uno dei capisaldi della democrazia liberale: il primato della politica sull’economia. Negli Usa quel primato si è dissolto attraverso un processo che ha sortito esiti paradossali: non solo la finanza ha incorporato la politica, ma le istituzioni sono diventate lo strumento per consolidare le ricchezze private. Forse è sempre stato così ma non ce ne siamo accorti, per cui l’unica, vera colpa di Trump è probabilmente la sua spudoratezza.
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