Rispondendo alle domande dei giornalisti, prima di lasciare Castel Gandolfo martedì scorso, Leone XIV ha risposto così a una domanda sulla missione della «Flotilla»: «Bisogna fare un nuovo appello per il rispetto dei diritti umani di tutti. Purtroppo il popolo di Gaza non riceve ancora gli aiuti umanitari e questo sta provocando proteste, difficoltà e anche l’azione di quelli che hanno partecipato alla Flotilla. Io vorrei rinnovare l’appello a tutte le autorità ad assistere il popolo di Gaza». Dalla Striscia ieri è giunta la gratitudine al Pontefice da testimoni terzi rispetto ad Israele (che controlla il 60% del territorio, ridotto a macerie e cenere) e ad Hamas (governa il restante 40% dove 1,6 milioni di persone sopravvivono in tende in condizioni disumane, altre 700mila in ciò che resta di edifici in un’area distrutta al 90% dai bombardamenti di Tel Aviv, uccidendo in tre anni 70mila civili, dei quali 19mila minori). Padre Gabriel Romanelli, responsabile della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza City, l’unica cattolica della Striscia, ha dichiarato: «Nonostante il cessate il cessate il fuoco del 10 ottobre scorso, qui si continua a morire: 900 persone dall’entrata in vigore della tregua. Non ci sono più bombardamenti a tappeto, però, per esempio, martedì scorso si sono udite esplosioni in centro città dove moltissimi gazawi si erano recati per trovare un po’ di cibo. Nei mercatini si trovano diverse cose ma i prezzi sono altissimi e molti non possono permettersi di fare acquisti perché non c’è denaro. Difficile da reperire è anche l’acqua da bere, assurdamente rara quando noi sappiamo che senza acqua l’essere umano non può vivere». Un altro testimone terzo è la Caritas di Gerusalemme che opera a Gaza e ha denunciato una situazione inaccettabile: acqua contaminata, collasso del sistema di gestione dei rifiuti e dell’assistenza sanitaria, malattie in forte aumento (i casi di diarrea cresciuti di 36 volte), oltre 500mila persone in carestia, l’aumento delle disabilità e delle amputazioni tra i bambini, oltre alla distruzione del 97% della vegetazione. Un orrore confermato anche da organizzazioni non governative che operano nella Striscia, da video e fotografie postate sui social dai gazawi che lanciano richieste di aiuto tramite donazioni private.
A fronte di queste evidenze sconcertanti per chiunque abbia conservato senso di umanità, bisognerebbe abbandonare posizioni politiche e ideologiche per riconoscere la realtà. Il massacro di Hamas il 7 ottobre 2023 nel sud di Israele è dentro una storia secolare del conflitto ma ha rappresentato un punto di svolta. Che la reazione del governo Netanyahu andasse in una direzione terribile era comprensibile già dopo una settimana di raid sulla Striscia da quel 7 ottobre, giorno nel quale peraltro il premier israeliano annunciò non giustizia ma «una poderosa vendetta» per «fare di Gaza terra bruciata»: obiettivo raggiunto, terra bruciata ma abitata. Una dichiarazione accompagnata da quelle di ministri, dello stesso tenore, e disumanizzanti verso i gazawi. Tutto ciò prefigurava non la legittima difesa normata dallo Statuto dell’Onu che anche Israele ha firmato e mai disdetto, ma intenti distruttivi di un popolo colpevole di abitare in un luogo: una punizione collettiva. Non siamo arrivati a questo punto dal nulla e non si comprende l’orrore di Gaza disgiungendolo dalla colonizzazione inarrestata e illegale per il diritto internazionale della Cisgiordania anche durante il «Processo di pace» di Oslo, fino alle azioni violente dei coloni estremisti che bruciano case palestinesi e requisiscono territori agricoli, non solo impuniti ma sostenuti dal governo Netanyahu.
Esiste ovviamente l’altro fronte, quello delle organizzazioni islamiste (Hamas, Jihad islamica ed Hezbollah) e Stati (l’Iran) che considerano Israele un corpo estraneo nella regione. Ma non saranno desertificazioni (anche il Sud del Libano) e annessioni di territori, la realizzazione messianica della Grande Israele a cambiare la rotta. Ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che Hamas non eserciterà più alcun controllo civile o militare su Gaza (dopo 70mila morti non è successo) e che un piano, per quella che ha definito «migrazione volontaria» dall’enclave, sarà attuato «al momento giusto e nel modo giusto», senza prendersi la responsabilità del come e del quando. Mentre il fondo del «Board of peace» voluto da Donald Trump non ha raccolto nemmeno un dollaro per la ricostruzione della Striscia, servirebbe la politica nella sua forma più utile e degna che deve far leva anche sull’economia per rendere vantaggiosi accordi di mutuo riconoscimento, sanando finalmente ferite storiche. È ipocrita l’elogio di capi di governo europei al magistero di Papa Leone XIV se quel magistero non impronta le iniziative degli stessi governi. Se non dà risposte all’orrore di Gaza.
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