I cinque stadi del lutto a sinistra

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Con la sua nota vena di ironia caratterologica, Indro Montanelli rifletteva sulla contraddizione per cui la figura pubblica di un uomo tanto introverso e schivo come Enrico Berlinguer fosse diventata con il tempo la vera icona della sinistra del Dopoguerra.

La conclusione - acuta e inargomentabile come sanno esserlo solo le migliori intuizioni riguardo l’animo umano - era che quello sguardo turbato, quelle attitudini malinconiche e a tratti cupe pervase da dubbi forse più grandi del suo tempo, avessero intrecciato un legame insondabile con il sentimento collettivo del popolo comunista italiano. Il sentimento che, solo pochi giorni fa ospite da Corrado Augias, Massimo D’Alema (uno che ha attraversato più finali di partita di quanti probabilmente gli faccia piacere ammettere) ha definito come la consapevolezza di essere «una grande forza che lavorava tuttavia per una prospettiva che nell’immediato non era realistica».

La grande utopia socialista, insomma, non era reale in Italia. Forse nemmeno realistico. Di certo, non si sarebbe realizzato senza incrinare il fragile equilibrio tra ideologia e democrazia, tra governo e potere. E il venire meno di tale equilibrio, va detto a merito del Pci italiano, non fu mai un’opzione.

Nel frattempo, però, la canzone popolare che si stava alzando negli anni Ottanta dal fondo dei cortei e delle assemblee sindacali ricordava quella salmodiata malinconicamente dai soldati in guerra del celebre racconto di Buzzati: una melodia cupa, triste, un sentimento inconscio e ingiustificato di perdita che i “generali” ignorano fin quasi all’atto finale.

Il lutto ideologico della sinistra è in fondo un lutto mai del tutto elaborato. Un lutto che ha attraversato varie fasi, a tratti contraddittorie. Prendendo a prestito la teoria di Elisabeth Kübler-Ross, si potrebbe dire che ha già attraversato quattro dei cinque stadi.

Gli anni Ottanta hanno segnato, in questo senso, una lunga stagione di rifiuto (primo stadio). Il Pci aveva ormai preso le distanze dal modello sovietico, ma non aveva affatto rinunciato all’idea di una propria via al socialismo. I conflitti con Craxi, lo scontro sulla scala mobile raccontavano anche dell’impossibilità di riconoscersi in un modello riformista che avrebbe imposto di abbandonare per sempre la grande utopia.

La caduta del Muro e la svolta della Bolognina avrebbero trasformato quel rifiuto in rabbia (secondo stadio). Non solo per la perdita di nome e simbolo, ma anche per il rischio concreto di liquidare la storia collettiva del Pci senza un vero compimento. Quella rabbia avrebbe preso corpo nella scissione (la prima di una lunga serie) targata Rifondazione. Gli anni successivi hanno invece portato in dote una lunghissima fase di contrattazione e patteggiamenti (terzo stadio). Dapprima, con il progressivo avvicinamento alla galassia popolare (l’esperienza dell’Ulivo, quindi la nascita del Pd), poi con la crisi di rigetto delle istanze liberal di marca renziana.

A quel punto, ed era il 2018, è sopraggiunta la depressione (il quarto stadio). Non tanto, o non soltanto, quella delle sconfitte elettorali. Piuttosto, il progressivo allontanamento dalla prospettiva di una sinistra maggioritaria, con un caleidoscopio di segretari di partito divorati dalle correnti, il contesto di venti destrorsi e la tentazione di cedere alle aspirazioni movimentiste.

Manca, ovviamente, il quinto stadio. L’accettazione del lutto. Che è poi l’accettazione del crollo della grande ambizione e della prospettiva storica che aveva tenuto insieme per decenni il popolo comunista italiano. L’accettazione dell’idea che l’utopia socialista non possa più rappresentare l’orizzonte implicito della sinistra e che il passaggio a una moderna cultura socialdemocratica debba essere pieno, unanime, popolare. E non avvenire a colpi di leadership.

Il campo largo odierno, denso di steccati e livori, sembra invece l’ennesima variazione sul tema: più ansioso di rimescolare il mazzo progressista che di rivolgere lo sguardo alle forze e agli elettorati liberali e socialdemocratici. Ma non può essere una legge elettorale ad accelerare processi politici.

Cosa noterebbe oggi lo sguardo torvo e malinconico di un Berlinguer, o forse la penna caustica di un Montanelli? Forse l’ironia tragica che uno dei rari esempi di riforma economica firmata da un governo organico di centrosinistra porti la firma del post comunista Pierluigi Bersani. E un nome che non lascia spazio a equivoci: liberalizzazioni.

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