I padroni più servili dei servi

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Uno pensa che i grandi della terra, quelli che hanno i soldi, il potere e la fama, siano diversi da noi. Più intelligenti, più colti, più visionari, più feroci, più spietati. Insomma, migliori. E che siano dotati di talenti per noi impensabili, abbiano intuizioni e quindi successi a noi preclusi e assumano comportamenti, stili di vita e libertà di scelta per noi inimmaginabili.

Non è forse così che ci figuriamo nelle nostre testoline, nelle nostre piccole vite abitudinarie i nuovi padroni del vapore, che non sono certo i politici, ma i veri re del mondo e cioè i proprietari delle Big Tech, da Facebook ad Amazon passando per Google eccetera, che segnano i destini del globo terracqueo, forgiano non solo il nostro profilo di consumatori, ma anche il nostro modo di pensare, il nostro stare al mondo, in definitiva, plasmano a loro piacimento le società di un pianeta globalizzato?

E invece no. Non è così. Anzi, è vero il contrario. Perché alla fine, gratta gratta, tolta la patina degli atolli caraibici e degli yacht e dei razzi spaziali e dei milioni di miliardi di bilioni di trilioni di dollari e delle reti interconnesse e delle manipolazioni dell’intelligenza artificiale e di tutto il resto che non sappiamo e che certamente sboccerà nei prossimi anni, questi qui, nei loro istinti basilari, nelle loro reazioni impulsive, ragionano e si comportano proprio come noi assolute nullità. Perché sono esattamente come noi e quindi, tutto sommato, fanno schifo come noi perché - questa la grande pedagogia - non è che uno faccia schifo perché è miliardario e ha successo e uno non faccia schifo perché è povero e anonimo, oppure l’esatto contrario, ma fa schifo a prescindere, visto che sappiamo bene che gli esseri umani - ce lo insegnano i testi sacri - fanno schifo in quanto esseri umani. Punto.

Una delle riprove più clamorose e al contempo più spassose della indissolubilità e immutabilità della nostra squallida condizione di bipedi ci è stata offerta dalle recenti elezioni di midterm, che hanno segnato la catastrofica sconfitta di Donald Trump, ben più larga delle aspettative, l’arrivo dell’onda blu, la rinascita della democrazia americana umiliata e offesa in questi anni di para dittatura e bla bla bla. Ma il punto non è questo. Il punto - antropologicamente illuminante - è come un minuto dopo il disastro repubblicano i cosiddetti scienziati e fenomeni e cervelloni delle cosiddette Big Tech - gente tosta, gente tutta d’un pezzo - se la siano data a gambe levate dal Donald Trump di cui sopra e come sia partita a mille all’ora la gara a scaricarlo, a sbianchettarlo, a rimuoverlo, a ritagliarlo con le forbici dalle foto di gruppo, e il dottore è fuori stanza e le faremo sapere e ha sbagliato interno e, soprattutto, il memorabile e albertosordiano “mai stato trumpiano”: uno è distratto, uno si soffia il naso, uno tira lo sciacquone, uno riflette sulla caducità dell’essere e un altro pare che abbia giurato per ben tre volte, prima che cantasse il gallo, che lui il Cinghialone Trump, il Puzzone Trump, il Cicciobombo Trump non lo aveva mai visto in vita sua. A proposito, Donald Trump chi?

Eppure noi ce li ricordiamo bene, i Leonardo Da Vinci, i Magnifici Sette della rivoluzione digitale che avrebbe cambiato il mondo per sempre in quella stupefacente, terrificante e davvero fantozziana sfilata al secondo giuramento di Trump. Loro, che erano stati democratici ferventi fino a un secondo prima, ora erano tutti lì, adoranti e imploranti e striscianti e ossequianti e servili a omaggiare il nuovo boss, tutti improvvisamente repubblicani, anzi, tutti inflessibilmente Maga e nazionalisti e isolazionisti e suprematisti, definizioni che fanno a pugni con il cuore dei loro business globali e dei quali probabilmente manco conoscono il significato. Una scena ridicola, grottesca, da film di Monicelli, da aforisma di Flaiano, da satira di Longanesi. Impagabile.

Che spettacolo, ragazzi, e che lezione. Loro, i multimiliardari digitali multimediali, i creatori della nuova umanità nietzschiana forgiata sull’algoritmo intenti a prostrarsi come dei servi, come dei camerieri, come dei lacchè di fronte a quello che aveva il potere di dargli - o togliergli - le concessioni per i loro giganteschi data center, esattamente identici a noi quando prendiamo una ramanzina dal viceresponsabile della macchinetta del caffè, e poi lesti come faine nel rifilargli il calcio dell’asino appena il vecchio capoccione è caduto e ancora più lesti nell’adulare, vezzeggiare e, possibilmente, manipolare il nuovo capoccione.

Che scena raccapricciante. Che scena da miserabili. Che aria di casa, in fondo. E che plateale dimostrazione di quanto, come si diceva prima, non cambi mai niente su questo vecchio sasso e di come chiunque, ma davvero chiunque abbia sempre un padrone sopra di sé a cui rendere regolarmente conto e che sarebbe bello affrontare con coraggio, dignità, autonomia e rigore, mentre invece preferiamo adularlo e blandirlo e lusingarlo e leccargli i piedi e lustrargli le suole delle scarpe, sia che tu abbia la Ferrari sia che tu abbia un motorino usato.

È più forte di noi. Il servilismo è innato nella nostra natura profonda, nel nostro cuore di tenebra ed è pronto a scatenarsi alla prima occasione. E in fondo il pensiero che Bezos e compagnia, così come gli svariati tromboni e quaquaraquà boriosi e spocchiosi che popolano le nostre città di provincia, siano mossi dagli stessi ignobili, meschini e patetici istinti di noi miserabili e che siano pronti a fare di tutto, a coprirsi di ridicolo, a farsi prendere a torte in faccia, a gatti morti in faccia, a colpi di palanchino in faccia, a pedalare sul triciclo come macachi del circo, a fare i pagliacci, a fare i burattini, a fare i pulcinella pur di mantenere il loro fittizio potere e sdottoreggiare con il ditino alzato sul sagrato della chiesa la domenica mattina, da perfetti farisei, è una grande, umanissima consolazione.

C’è sempre un padrone sopra ogni padrone. E dentro ogni padrone c’è sempre un servo.

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