Il 2 giugno 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. In tale data si svolse infatti il referendum sulla forma istituzionale dello Stato. Gli italiani, e per la prima volta le italiane, furono convocati alle urne per scegliere tra repubblica e monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente alla quale spetterà il compito di redigere la nuova carta costituzionale.
Sulla questione istituzionale esisteva una spaccatura profonda tra il Nord a maggioranza repubblicana e il Sud a maggioranza monarchica, nonostante che gli eventi dell’ultimo ventennio rendessero ormai improrogabile la scelta di una profonda cesura con il passato. Il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto, già nominato Luogotenente nel giugno 1944. Cancellate le leggi che avevano consentito la liquidazione di tutti i partiti all’infuori di quello fascista, lo scioglimento dei sindacati socialisti e cattolici e la soppressione della libertà di .stampa, risorsero le organizzazioni politiche e sindacali, i giornali si moltiplicarono, le associazioni culturali ripresero vita.
L’affluenza al voto fu altissima. Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano poco più di 28 milioni, i votanti furono quasi 25 milioni, pari all’89,08%, i voti validi furono 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia. Il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di grande tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, ricorsi e reclami. Esaurita la valutazione dei ricorsi il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò la nascita della Repubblica democratica.
Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea Costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana (35,21%) ottenne la maggioranza relativa, mentre il Partito socialista ottenne il 20% dei voti superando di poco il Partito comunista. Le elezioni evidenziarono anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale. Durante i lavori dell’assemblea avvenne la scissione di Palazzo Barberini, con i riformisti di Giuseppe Saragat che si staccarono dalla maggioranza favorevole all’alleanza con il Pci, guidata da Pietro Nenni. Le donne ebbero un ruolo e un peso determinanti. Votarono infatti 12.998.131 donne contro 11.949.056 uomini.
In realtà il voto del 2 giugno 1946 costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, mediante il processo di liberazione dall’occupazione tedesca e la ripresa democratica con i Governi del Cln, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944. Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero anche le ventuno prime parlamentari, denominate allora “Madri Costituenti” di cui nove provenivano dalla Dc, nove dal Pci, due dal Psiup e una dal partito dell’Uomo Qualunque. Cinque di loro sarebbero entrate nella Commissione dei 75, incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti. I giorni, confusi e drammatici, successivi alla proclamazione dei risultati del referendum, videro l’assunzione da parte di Alcide De Gasperi dei poteri di capo provvisorio dello Stato e la partenza di Umberto II dall’Italia per l’esilio in Portogallo il 13 giugno.
Il 25 giugno 1946 iniziarono anche i lavori della Costituente, che il 28 elesse Enrico De Nicola a capo provvisorio dello Stato e circa quindici giorni dopo votò la fiducia al secondo governo De Gasperi, sostenuto dai tre maggiori partiti (Dc, Pci, Psi). La nuova Costituzione fu promulgata il 27 dicembre 1947 e entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Essa stabilisce che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la pari dignità sociale dei cittadini e l’indipendenza dei tre poteri fondamentali (legislativo, esecutivo e giudiziario).
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